26 Maggio 2026 Festa della Sorellanza. Intervista a Lara Ghiglione La sorellanza non è stare sempre dalla parte di una donna perché è donna. È scegliere di non usare contro altre donne gli strumenti del patriarcato: il sospetto, il discredito, il giudizio morale, la delegittimazione, il silenziamento. Da qui l’idea di una prima Festa della Sorellanza, che si terrà venerdì 29 maggio presso la Casa Internazionale delle Donne a Roma, dalle 18 alle 23. Ne abbiamo parlato con Lara Ghiglione, tra le ideatrici dell’evento, autrice di Prepotenti, Futura editrice (https://www.futura-editrice.it/prodotto/prepotenti/) Cos si deve intendere con il termine sorellanza, e da dove nasce? A parlare di sorellanza in senso femminista sono state molte autrici e attiviste, ma una delle formulazioni più influenti è quella di bell hooks che, nel libro “Feminist Theory: From Margin to Center”, mette in discussione l’idea che basti essere donne per essere automaticamente alleate. La sorellanza non nasce dal genere condiviso: nasce dalla scelta politica di contrastare sessismo, gerarchie e rapporti di dominio, anche quando attraversano le relazioni tra donne. Anche Robin Morgan ha reso celebre l’espressione “Sisterhood is powerful”, (titolo della raccolta Sisterhood Is Powerful) teorizzando che quando le donne smettono di competere per essere riconosciute dentro regole che le limitano, e iniziano a costruire alleanze, si aprono possibilità nuove per tutte. E Audre Lorde ci ricorda che la sorellanza non significa cancellare le differenze. Non significa pensarla tutte allo stesso modo. Significa riconoscere che esistono esperienze diverse e decidere comunque di non trasformarle in gerarchie. Perché l’attivismo femminista oggi è così attento alla definizione di sorellanza? Perché il femminismo non è un’identità biologica e non coincide con l’essere nate donne. È una scelta politica e culturale: quella di lavorare perché nessuna persona venga limitata, giudicata o esclusa sulla base del proprio sesso, del proprio corpo, del ruolo che le viene assegnato. Non è femminismo quello che si arroga il diritto di giudicare le donne come “abbastanza giuste”, “abbastanza pure”, “abbastanza degne” di essere ascoltate. Non lo è quando si collabora all’esclusione in virtù di una superiorità morale autoassegnata. Non lo è quando si pretende solidarietà solo per chi ci assomiglia e si riserva durezza, sospetto o discredito alle altre. Il femminismo nasce per allargare lo spazio di libertà, non per restringerlo. Essere femmine, dunque, non significa automaticamente essere femministe, come appartenere a un gruppo non significa necessariamente metterne in discussione le disuguaglianze interne. La storia è piena di donne che hanno contribuito a mantenere sistemi patriarcali: non perché fossero “cattive”, ma perché il patriarcato non è il potere degli uomini in quanto individui di genere maschile, bensì un sistema di norme, aspettative, premi e punizioni che può essere interiorizzato da chiunque. Anche dalle donne. In che modo allora la donna deve continuare a combattere le sue battaglie? Mi viene in mente una figura antica e ancora molto attuale: quella delle cosiddette ancelle del patriarcato. Con questa espressione si indicano quelle donne che, consapevolmente o inconsapevolmente, difendono e riproducono regole che limitano l’autonomia delle altre donne, ottenendo talvolta riconoscimento, legittimazione o protezione all’interno dell’ordine esistente. Non sono “servitrici degli uomini” nel senso letterale del termine: sono persone che finiscono per fare da presidio culturale del sistema. Ma in questo meccanismo il controllo non arriva sempre dall’esterno: spesso passa attraverso il giudizio reciproco tra donne. Il patriarcato, infatti, non sopravvive soltanto attraverso il divieto. Sopravvive anche attraverso il consenso, l’abitudine, il desiderio di essere considerate “l’eccezione virtuosa” invece di mettere in discussione la regola. Essere femministe significa scegliere altro. Significa non chiedersi se una donna ci piace, se la pensiamo come lei, se ha fatto tutte le scelte che avremmo fatto noi. Significa chiedersi se le sue libertà, i suoi diritti, la sua dignità sono rispettati, perché il femminismo non è una competizione per stabilire chi è la donna giusta. È il rifiuto dell’idea stessa che debba esistere una donna giusta per qualcuno e, solo per questo, meritare rispetto. Che significato assume questa prima Festa della Sorellanza? La Festa della Sorellanza sarà il luogo in cui ci chiediamo cosa scegliamo di fare del nostro potere. Se lo useremo per alzare muri o per aprire porte. Se per ottenere riconoscimento personale o per allargare possibilità collettive. Se per selezionare chi merita voce o per fare spazio anche alle voci che ci mettono in discussione. La sorellanza non è assenza di conflitto. È il rifiuto di trasformare il conflitto in esclusione. È la capacità di non diventare custodi dell’ordine che ci ha chiesto per secoli di competere, di giudicarci, di essere abbastanza e mai troppo. E allora che questa iniziativa non sia una celebrazione di donne perfette, ma un impegno. Non usare contro un’altra donna ciò che abbiamo imparato a riconoscere come ingiusto su di noi. Perché ogni volta che una donna apre spazio per un’altra, senza chiederle di assomigliarle, il mondo diventa un po’ più libero. Per tutte e tutti.