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Quale sostenibilità sociale? Un’analisi critica della regolazione della finanza sostenibile in Europa
Il contributo indaga le rappresentazioni della sostenibilità sociale veicolate all’interno del quadro regolativo europeo in materia di finanza sostenibile. Attraverso la ricostruzione del percorso che ha condotto il settore finanziario a confrontarsi con le questioni socioambientali, l’analisi si concentra sul ruolo svolto dai gruppi consultivi della Commissione europea nella definizione del concetto, con particolare attenzione a due documenti elaborati dalla Piattaforma per la finanza sostenibile (Psf) nel periodo 2020-2022. Adottando l’approccio analitico del référentiel, lo studio mette in luce le rappresentazioni cognitive e normative che orientano la visione di sostenibilità sociale promossa dagli esperti coinvolti nel processo regolativo. I risultati evidenziano una tendenza prevalente a concepire tale dimensione come fattore funzionale alla crescita economica, più che come elemento costitutivo del benessere collettivo.
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Per una transizione giusta: welfare eco-sociale, territori e nuove coalizioni sociali
L’articolo propone una recensione critica del volume Verso un nuovo patto sociale (2025) di Andrea Ciarini, collocandolo nel dibattito sulla «policrisi» europea. Il testo decostruisce la narrazione della doppia transizione (ecologica e digitale) promossa dal Green Deal, evidenziando come l’attuale approccio basato sulla crescita verde rischi di esacerbare le disuguaglianze sociali e territoriali senza risolvere l’emergenza climatica. Ciarini supera il paradigma produttivista proponendo un modello di welfare eco-sociale fondato su due pilastri: i Servizi di Base Universali e la Job Guarantee. Questi strumenti mirano a de-mercificare i bisogni fondamentali (trasporti, energia, cura) e a creare occupazione pubblica utile, disaccoppiando il benessere dalla crescita del Pil e dallo sfruttamento illimitato delle risorse ambientali. Il lavoro sottolinea infine il ruolo cruciale dei territori come laboratori di innovazione e la necessità di nuove coalizioni sociali (sindacati, ambientalisti, terzo settore) per attuare questa transizione giusta, definendo l’opera una bussola essenziale per orientare le politiche pubbliche oltre la logica neoliberista.
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Note sull’insostenibilità della transizione
Il contributo propone una lettura critica del libro di Andrea Ciarini (2025), focalizzando l’attenzione sulle ambivalenze del paradigma della sostenibilità nella doppia transizione (ecologica e digitale) e sulle trasformazioni del lavoro, la crisi del welfare e i divari territoriali. A fronte dell’inadeguatezza delle politiche di reddito e delle strategie di crescita «verde» orientate all’offerta nel contenere la riproduzione delle disuguaglianze, il contributo approfondisce la proposta di Ciarini di adottare un nuovo welfare eco-sociale radicato nei territori, fondato sulla prossimità, sul lavoro utile e decente e su un «moltiplicatore ecosociale» in grado di connettere servizi universali, occupazione dignitosa e sostegni salariali. L’obiettivo è pervenire ad un nuovo patto sociale che coinvolga Stato, mercato e società civile, fondato su coesione territoriale, prossimità e equità.
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Una nuova politica per la casa e l’abitare
Il disagio abitativo, in forte crescita nel paese, rappresenta una condizione sempre più diffusa e strutturale che richiede con urgenza nuove politiche abitative da inquadrare nell’ambito di quelle più complessive di coesione, inclusione sociale e sostenibilità. Occorre ripensare le città e i territori in termini generali per offrire le risposte necessarie a garantire i diritti delle persone e delle famiglie: dagli studenti agli anziani, dalle persone con disabilità alle giovani coppie, in relazione ai loro concreti bisogni abitativi e sociali, al diritto allo studio e al diritto a un reddito giusto e dignitoso. Sono necessarie politiche che consentano di abitare e vivere in città verdi, solidali e sostenibili dal punto di vista sociale, economico, energetico e ambientale, e che garantiscano il diritto alla casa ma anche il diritto di vivere in un quartiere, in un territorio, in una comunità accoglienti, solidali, inclusivi e sicuri. Occorre dunque una politica che agisca sia a livello centrale che locale con una strategia complessiva per affrontare i nodi del disagio abitativo con interventi e risorse adeguate, considerando la casa come una infrastruttura sociale indispensabile, potenziando e progettando soluzioni da inserire in più ampi processi di rigenerazione urbana, in particolar modo nelle aree metropolitane dove la tensione abitativa è più alta.
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Le politiche abitative in Italia (1900-2025): ricostruzione storica e sfide attuali
La questione abitativa ha storicamente avuto un ruolo marginale nel sistema di welfare italiano, collocandosi in un equilibrio instabile tra intervento pubblico e dinamiche di mercato. L’articolo ricostruisce l’evoluzione delle politiche abitative sociali in Italia dall’inizio del Novecento a oggi, evidenziando continuità e discontinuità nei paradigmi di intervento e nelle logiche di governo, in dialogo con il dibattito politico e accademico. L’analisi si articola attorno alla trasformazione degli strumenti di intervento, all’evoluzione delle categorie interpretative e ai principali nodi critici del dibattito attuale (destinatari, modelli di governance e tensioni tra sostenibilità economica ed equità sociale). Particolare enfasi è posta sull’Edilizia residenziale sociale (Ers) e alla cosiddetta «fascia grigia», per la quale si propone una stima del bacino potenziale a livello nazionale. Nel complesso, il contributo rileva che, a fronte di un arricchimento del dibattito scientifico, le politiche pubbliche continuano a dimostrare una limitata capacità di risposta strutturale alla crisi abitativa, sottolineando l’urgenza di un approccio integrato e multilivello al welfare abitativo.
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Una manovra orientata all’austerità: taglio della spesa sociale e assenza di politiche per la crescita
La Legge di Bilancio 2026 si inserisce in un contesto di crisi strutturali multiple: stagnazione economica, crescita delle disuguaglianze, indebolimento del welfare e crisi demografica. La manovra privilegia la rapida riduzione del deficit pubblico attraverso il contenimento della spesa primaria e la restrizione dell’intervento pubblico, accompagnati da un incremento della spesa militare. In un’economia stagnante, tale impostazione rafforza una traiettoria di austerità che comprime la domanda interna e riduce la capacità redistributiva delle politiche sociali, senza affrontare i nodi strutturali di crescita e qualità dell’occupazione. Il Pnrr viene utilizzato prevalentemente come strumento di copertura finanziaria. Il sottofinanziamento di sanità e istruzione accentua le disuguaglianze nell’accesso ai dirittisociali. Sul piano fiscale, l’assenza di interventi sul drenaggio fiscale trasferisce il costo dell’inflazione sui redditi medio-bassi. In ambito previdenziale, l’irrigidimento dei requisiti e l’eliminazione della flessibilità in uscita aumentano il rischio di povertà previdenziale,in particolare per giovani, donne e lavoratori con carriere discontinue, rendendo centrale il tema di una pensione contributiva di garanzia come strumento di riequilibrio sociale e intergenerazionale.
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Il profilo di genere nei Rendiconti sociali del Civ dell’Inps
A partire dai Rendiconti sociali del Civ dell’Inps, l’articolo evidenzia come il divario di genere persista lungo tutto il ciclo di vita: dalle scelte educative, con una maggiore presenza femminile nei licei e in discipline umanistiche, alla fase lavorativa, dove le donne affrontano maggiore disoccupazione, contratti precari e salari più bassi, accentuati dalla maternità. Il divario si riflette poi nelle pensioni, con differenze persistenti nonostante una loro riduzione, che però è legata al calo del valore delle pensioni maschili e non alla crescita di quelle femminili. Servizi di conciliazione, congedi e sostegni economici restano insufficienti e disomogenei. Ad emergere è la necessità di politiche integrate su famiglia, lavoro e servizi per promuovere parità effettiva e coesione sociale.
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Innalzamento dell’età pensionabile, salute e disuguaglianze in Italia
L’articolo esamina la relazione tra innalzamento dell’età pensionabile, salute e disuguaglianze sociali nel contesto italiano, integrando i risultati del progetto «The health equity impact of increasing age of retirement: the contribution of Italian longitudinal studies», finanziato dal Ministero della Salute, con la letteratura nazionale e internazionale. Le evidenze prodotte dimostrano che il prolungamento della vita lavorativa può avere effetti avversi sulla salute mentale, sulla salute fisica e cardiovascolare, e sulla mortalità. Ritardare l’uscita dal lavoro tende ad amplificare rischi sanitari e disuguaglianze, colpendo in misura maggiore i lavoratori esposti a carichi fisici e psicosociali più elevati, con peggiore salute pregressa e provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati. L’analisi documenta anche l’esistenza di significativi spillover verso altri comparti dello Stato sociale, tra cui invalidità, disoccupazione e welfare familiare, che risultano anch’essi fortemente differenziati lungo il gradiente socioeconomico e contribuiscono a ridimensionare parte dei risparmi previdenziali attesi. Nel complesso, i risultati suggeriscono la necessità di riforme pensionistiche più eque e flessibili, capaci di riconoscere le differenze nella capacità lavorativa e nella salute tra gruppi sociali, e di integrare le politiche previdenziali con interventi mirati nei contesti lavorativi, nei sistemi di cura e nel sistema sanitario.
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Mercato del lavoro debole e diseguale e storie lavorative fragili: quali conseguenze per il sistema pensionistico italiano?
Dopo aver ragionato sul legame fra remunerazione del fattore lavoro e finanziamento del welfare pubblico e aver richiamato i tratti principali dell’evoluzione del mercato del lavoro italiano, l’articolo fa uso di evidenze raccolte in una ricerca in corso per valutare quanti fra i lavoratori e le lavoratrici entrati in attività dalla metà degli anni novanta in poi rischino di ricevere al pensionamento una prestazione di importo molto limitato qualora la loro traiettoria di carriera non evolva in modo positivo negli anni a venire.
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Dinamiche dei redditi da lavoro e da pensione in Italia: un’analisi per generazioni
Il contributo analizza l’evoluzione della posizione relativa di lavoratori e pensionati in Italia tra il 1977 e il 2022, in un contesto di cambiamenti demografici, riforme pensionistiche e trasformazioni del mercato del lavoro. I risultati evidenziano un’inversione strutturale di tendenza: i pensionati hanno visto crescere redditi e sicurezza economica, mentre i lavoratori – specie i più giovani – hanno sperimentato stagnazione salariale, maggiore disuguaglianza e rischio di povertà. Innestandosi nel dibattito già aperto in letteratura, lo studio sottolinea il ruolo congiunto delle riforme del sistema pensionistico e del mercato del lavoro e richiama la necessità di politiche coordinate per bilanciare sostenibilità finanziaria e adeguatezza sociale.
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Quale indicizzazione per quale pensione?
Negli ultimi tempi, l’indicizzazione delle pensioni si è ritagliata un posto tutto suo nel dibattito di politica economica, non solo per i picchi di inflazione raggiunti nel 2008 e soprattutto nel 2022 e 2023, ma più in generale per la consistenza che anche tassi di inflazione «normali» (inferiori o a ridosso dell’obiettivo della Bce) hanno su uno stock di spesa maturo, per la maggior parte composto da pensioni calcolate col criterio retributivo, che è la principale voce del welfare system e del bilancio pubblico e che è previsto in ulteriore crescita nel prossimo decennio. Quello dell’indicizzazione è diventato un tema dentro il tema più ampio delle pensioni, con delle specificità sue e anche delle distinte possibilità di manovra. La prima parte di questo contributo è dedicata a ripercorrere le misure che, dal 1995 a oggi, hanno riguardato le regole di indicizzazione. Successivamente, si passano a esaminare le pronunce della Corte costituzionale, dalle quali emerge una crescente consapevolezza che su questo tema il punto di Diritto non può rimanere separato da quello di Economia. Infine, si propongono brevi considerazioni per la politica economica.
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Il finanziamento del welfare attraverso il bilancio Inps
Il sistema italiano di welfare è incentrato su trasferimenti monetari. Un unico istituto, l’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), gestisce la quasi totalità delle pensioni e degli altri trasferimenti, sia di carattere previdenziale che assistenziale. Il bilancio dell’Inps è enorme: nel 2024 ha erogato prestazioni per 413 miliardi di euro, finanziate da 250 miliardi di entrate contributive e 180 miliardi di trasferimenti dalla fiscalità generale, secondo un modello di finanziamento mediante contributi sociali, a ripartizione, della componente previdenziale e mediante trasferimenti pubblici della spesa assistenziale. Il bilancio dell’Inps appare caratterizzato da un suo equilibrio e da meccanismi di spesa e finanziamento rodati nel tempo. Tuttavia, uno sguardo più di dettaglio fa emergere anche discrasie e incongruenze. Fra queste, l’articolo evidenzia l’erosione del principio contributivo, per cui le effettive entrate contributive sono di gran lunga inferiori alle entrate teoriche. Inoltre, emergono dinamiche divergenti a livello categoriale: l’equilibrio finanziario dell’Inps è assicurato dagli attivi generati dai parasubordinati e da una parte del lavoro dipendente privato, cui continuano, fra l’altro, ad essere richiesti contributi sociali per gli assegni familiari, senza più corrispondente prestazione; d’altra parte, il lavoro autonomo, il lavoro pubblico e alcune specifiche categorie del lavoro dipendente privato mostrano importanti deficit.
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