• L’industria della difesa europea ai tempi della guerra

    Fascia di prezzo: da 16.99 € a 22.00 €
    Lo scoppio della guerra in Ucraina e l’aumento dei conflitti internazionali hanno trasformato in profondità l’industria europea della difesa, avviando una riorganizzazione produttiva, segnata da contraddizioni e nuove traiettorie. Questo volume analizza l’evoluzione del complesso militare-industriale europeo e i suoi intrecci con la politica, l’economia e la finanza. Si tratta di un settore atipico, dominato da una struttura di tipo monopsonico: un unico acquirente – di norma lo Stato – concentra quasi tutta la domanda di beni e servizi militari. Questa peculiarità gli consente di incidere profondamente sulle scelte di sicurezza, sulle politiche industriali e sulle relazioni internazionali. Le dinamiche dell’industria militare europea si collegano così alle tensioni geopolitiche, alla fragilità di una politica estera e di difesa comune e alle trasformazioni economiche più ampie: dal rapporto tra profitti e salari, alla concentrazione del capitale e della finanza, fino al rallentamento della globalizzazione e alla crisi della democrazia. Il volume offre dati, analisi e solide chiavi interpretative da prospettive disciplinari e punti di vista diversi, con l’obiettivo condiviso di promuove re una consapevolezza critica, che ispiri politiche industriali ed estere davvero democratiche e orientate al bene comune. Curato da Chiara Bonaiuti, Achille Lodovisi e Roberto Antonio Romano, il testo raccoglie contributi di autrici e autori provenienti dal mondo accademico e della ricerca, sindacale, militare e aziendale, uniti da competenza consolidata e onestà intellettuale: Riccardo Alcaro, Gianni Alioti, Pol Bargués, Giorgio Beretta, Franco Bortolotti, Maurizio Brotini, Paolo Cecchi, Vincenzo Comito, Pasquale Cuomo, Rossana de Simone, Gianandrea Gaiani, Barbara Gallo, Achille Lodovisi, Francesco Lombardi, Mauro Lombardi, Stefano Lucarelli, Nicholas Marsh, Jocelyn Mawdsley, Fabio Mini, Bruno Oliveira Martins, Annamaria Romano, Simone Siliani, Maurizio Simoncelli, Francesco Sinopoli, Wolfgang Streeck e Alessandro Volpi.
  • Il volume, introdotto da Claudio De Fiores, raccoglie i più significativi interventi sulla Costituzione di Pietro Ingrao tra il 1979 e il 2002. Sono gli anni della restaurazione capitalistica, dell’offensiva neoconservatrice contro la Costituzione, del revisionismo regressivo, della svolta maggioritaria, dell’irruzione dei primi governi tecnocratici nella storia repubblicana. Ma anche gli anni nei quali la parola guerra torna ad essere impiegata nel lessico della politica e del diritto. Chiude il volume un intervento inedito di Pietro Ingrao sui tentativi di rimozione del principio costituzionale pacifista.
  • Pensato come una check list operativa, il volume accompagna dirigenti sindacali, delegate e delegati dentro quella che chiamiamo contrattazione inclusiva: un modo di negoziare che non si ferma ai confini formali dell’impresa, ma segue il lavoro lungo tutta la filiera, là dove oggi si concentrano sfruttamento, frammentazione e ricatto.

    Lavoratrici e lavoratori in appalto, in somministrazione, in fornitura o a partita IVA non sono comparse laterali. Sono parte integrante dei cicli produttivi e ignorarli indebolisce tutti. Prendersene cura, invece, significa ricomporre tutele, difendere occupazione e rafforzare il potere contrattuale anche dei dipendenti diretti.

    Questo vademecum propone un sindacato che ascolta, connette, verifica, rivendica. Un sindacato che usa gli strumenti contrattuali, affronta i nodi di merito e costruisce solidarietà concreta, sapendo che non è la strada più facile, né la più rapida. Ma è quella che serve.

    Un piccolo strumento, pensato per chi ogni giorno tiene insieme passione, competenza e ostinazione. Niente di più. Niente di meno.

  • QRS N. 2 2025

    22.00 
    L’Intelligenza artificiale al lavoro
    • Contrattare la riduzione dell’orario di lavoro
    • Relazioni industriali e governance della transizione green
    • Rosselli, Gramsci, Trentin: lavoro, libertà, sindacato, partito
  • L’articolo analizza il lavoro nascosto che alimenta l’Intelligenza Artificiale (IA), sostenendo che essa non determini la fine del lavoro umano, ma ne ridefinisca la forma in senso precario, frammentato e invisibilizzato. A partire dalla tassonomia del modello PVI (Preparazione, Verifica, Imitazione), vengono esaminate le mansioni svolte da milioni di data worker nelle catene globali dell’IA, mettendone in luce il carattere strutturale e permanente. Lungi dall’essere un processo di sostituzione tecnologica, lo sviluppo dell’IA si fonda su strategie di esternalizzazione e svalutazione del lavoro che riproducono le gerarchie del capitalismo digitale e le disuguaglianze tra Nord e Sud globale. In questo quadro, le retoriche apocalittiche della «fine del lavoro» non mirano soltanto a occultare lo sfruttamento della manodopera, ma anche a indebolire i potenziali tentativi di sindacalizzazione. Tuttavia, l’emergere di pratiche di organizing tra i cosiddetti «operai dei dati» mostra come tali strategie risultino parzialmente vanificate. Il contributo propone infine un’agenda di ricerca-azione volta a intrecciare analisi critica e prospettive sindacali transnazionali, indicando nella regolazione del data work e nella mobilitazione collettiva dei lavoratori condizioni indispensabili per uno sviluppo dell’IA orientato alla giustizia sociale e alla democrazia del lavoro.
  • L’articolo affronta il tema dell’impatto dell’IA sul lavoro, partendo da una prospettiva che considera la tecnologia non neutrale, ma parte di un processo di rafforzamento delle strutture di potere dominanti, a partire dal capitalismo. L’autrice si interroga su quali siano le trasformazioni che l’IA determina sull’organizzazione del lavoro, in particolare nelle fabbriche, cioè laddove, storicamente, è stato più esplicito il conflitto tra Capitale e Lavoro. Mentre si attende la «fine del lavoro», l’ipotesi di fondo è che, invece, si stia determinando un processo di intensificazione del lavoro, attraverso l’uso dei dati digitali, l’estrema parcellizzazione delle mansioni e l’interiorizzazione del controllo. Si tratterebbe di una lunga catena di sfruttamento tecnologico, che va dai micro-workers del sud globale alle fabbriche digitalizzate nei paesi più industrializzati. Di fronte a questo quadro, l’autrice si interroga su quali siano i compiti – vecchi e nuovi – del sindacato.
  • L’articolo analizza l’evoluzione del capitalismo contemporaneo attraverso il prisma delle piattaforme digitali e del management algoritmico. Le piattaforme non rappresentano una rottura con il passato industriale, ma una sua radicalizzazione, in continuità con il modello lean e il toyotismo. Il management algoritmico, basato su raccolta dati, automazione e controllo in tempo reale, ridefinisce le relazioni lavorative, accentuando la flessibilità, la frammentazione e la precarietà. L’articolo esplora anche le forme di auto-organizzazione dei lavoratori migranti e le sfide normative emergenti, proponendo un nuovo quadro di tutele universali che superi la dicotomia tra lavoro subordinato e autonomo. Un focus specifico è infine dedicato al caso italiano, dove dati quantitativi e testimonianze qualitative mostrano la complessità e l’ambivalenza del lavoro su piattaforma, tra opportunità di inclusione e nuove forme di vulnerabilità.
  • L’articolo fornisce un resoconto empirico e qualitativo del cambiamento tecnologico nell’organizzazione del lavoro nei contact center in Italia. Il quadro illustrato mette in luce l’ampia gamma di applicazioni di intelligenza artificiale (IA) nel settore, informandoci empiricamente delle ambivalenti implicazioni per i lavoratori, e di come tali implicazioni siano influenzate dalle catene del valore e dalle risorse di potere a disposizione di lavoratori e sindacati. La trattazione si basa su sei casi di studio selezionati all’interno della filiera delle Telecomunicazioni e ripartiti sui due gruppi che si distinguono per il posizionamento ricoperto nella catena del valore: (i) i contact center interni ai gestori dei servizi di telefonia; (ii) i contact center che operano in outsourcing. Fra i due gruppi emerge un impatto asimmetrico e sfavorevole al segmento in outsourcing, dove la perdita di posti di lavoro, l’intensificazione dei ritmi e il monitoraggio intrusivo si presentano con forza e frequenza. Il quadro tracciato respinge le letture tecno-deterministiche del cambiamento tecnologico, indicando invece un collegamento stretto tra la political economy del settore, le traiettorie di innovazione tecnologica e gli effetti prodotti. Laddove il costo del lavoro pesa più sui margini di rendimento e le risorse di potere (istituzionali e associative) a disposizione dei sindacati risultano deboli, è più probabile che l’ingresso dell’IA giochi a sfavore del lavoro.
  • Il contributo analizza le implicazioni dell’intelligenza artificiale in relazione alle discriminazioni di genere. Si evidenzia come bias nei dati, prevalenza maschile nei processi di programmazione e opacità dei sistemi contribuiscano alla riproduzione di stereotipi e disuguaglianze. Particolare attenzione è rivolta all’impatto sul mercato del lavoro femminile e al quadro regolatorio europeo, con riferimento all’AI Act. L’analisi si conclude sottolineando la necessità di approcci educativi, culturali e giuridici capaci di garantire un utilizzo inclusivo e rispettoso dei diritti fondamentali. Viene altresì rimarcata l’urgenza di una maggiore presenza femminile nei settori Stem, condizione essenziale per influenzare i processi di progettazione algoritmica. L’IA, in definitiva, costituisce un banco di prova decisivo per il futuro delle democrazie e per la piena realizzazione del principio di uguaglianza.
  • L’articolo analizza l’ascesa e il declino dell’utopia della doppia transizione – «verde» e digitale – mettendo in luce come la promessa di prosperità sostenibile, fondato sulla convergenza tra innovazione tecnologica e protezione ambientale, si vada frantumando. Attraverso una genealogia congiunta di «digitalizzazione» e «sviluppo sostenibile», si mostra come – a partire dagli anni Ottanta – tali processi abbiano trasformato il capitalismo, intrecciando crescita economica, espropriazione della natura e ridefinizione del lavoro. Si sottolinea inoltre il ruolo degli immaginari legati alla digitalizzazione green: da un lato l’idea della sostituzione del lavoro umano con quello delle macchine, dall’altro la prospettiva di una sua emancipazione grazie all’automazione. Entrambe risultano funzionali all’occultamento delle gerarchie sociali, razziali e di genere che strutturano il capitalismo contemporaneo, in cui il lavoro più svalutato – manuale, di cura, migrante – rimane centrale, eppure invisibile. Si propone infine una critica degli effetti materiali e degli immaginari sociali della doppia transizione, avanzando piuttosto la plausibilità di una «giusta transizione» capace di legare ecologia e lavoro in un progetto comune.
  • Questo lavoro è frutto di una riflessione sulle IA generative nata dall’incrocio di due prospettive: quella di chi traduce testi stranieri in italiano e quella di chi traduce il pensiero in immagini, nell’attuale contesto di radicale trasformazione dei processi produttivi dell’industria culturale e, più precisamente, dell’editoria. Assumendo il punto di vista del lavoro creativo di traduzione letteraria e il lustrazione, si esplorano i meccanismi e le possibili conseguenze – sull’organizzazione del lavoro autoriale e creativo, sulla cultura e sulla società – dell’introduzione massiccia dell’IA generativa nella produzione dell’editoria li braria e periodica. Per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro, si esaminano le implicazioni a monte e a valle del processo produttivo, per mostrare le nuove strategie di produzione ed estrazione di valore rese possibili dall’applicazione di IA. Si procede con una riflessione sulle trasformazioni in ambito culturale, adottando un approccio critico per dimostrare l’esigenza di una visione antropologica e la non neutralità dello sviluppo tecnologico in questione. Si conclude presentando alcune possibili soluzioni alla luce dei principali rischi in termini di impatto sociale.
  • L ’articolo esamina la relazione tra sistemi educativi e intelligenza artificiale, categorizzandola in cinque domini d ’azione: sovranazionale, nazionale, singole istituzioni, livello classe/corso e livello personale. Sottolinea che la comprensione di questa relazione dipende dalla chiarificazione degli obiettivi educativi, se formare cittadini informati o fornire competenze per il mercato del lavoro. Vengono identificati tre tipi principali di IA nell ’educazione: Aied (Artificial Intelligence in Education), alfabetizzazione all ’IA e impatto organizzativo amministrativo. Il dibattito pubblico spesso si concentra su principi astratti (come il controllo umano e la privacy) trascurando questioni essenziali quali la trasparenza procedurale e la responsabilità democratica. A livello sovranazionale, organizzazioni come l ’Unesco e l ’Ue mirano a stabilire linee guida etiche, tuttavia l ’AI Act europeo è largamente inefficace a causa di varie eccezioni. L ’influenza delle grandi aziende tecnologiche pone sfide significative all’autonomia educativa nazionale, che diventa cruciale per sviluppare politiche democratiche di alfabetizzazione digitale. Le singole istituzioni gestiscono aspetti organizzativi, mentre l’IA a livello di classe offre personalizzazione dell ’apprendimento ma rischia discriminazioni sociali e monitoraggio invasivo. A livello personale, educatori e studenti sperimentano un cambiamento nei metodi di insegnamento e apprendimento, particolarmente con l’IA generativa. L ’articolo critica la nozione di «apprendimento personalizzato» come strumento ideologico che rinforza le disuguaglianze sociali. Conclude evidenziando la mancanza di prove scientifiche che supportino l’efficacia dei sistemi digitali nel migliorare il successo educativo, sottolineando la necessità di decisioni politiche chiare sugli obiettivi educativi per valutare correttamente l ’impatto dell’IA.
  • L’intelligenza artificiale attraversa la sua terza «primavera», caratterizzata dall’avvento dell’IA generativa e dall’accelerazione impressa dal lancio di ChatGPT nel 2022. A differenza delle precedenti stagioni, l’attuale fase di sviluppo appare destinata a un impatto duraturo anche grazie alla convergenza con altre tecnologie digitali quali Big Data, cloud computing e reti a banda ultralarga. Questo ecosistema tecnologico sta determinando trasformazioni profonde nel mercato del lavoro. Questo breve contributo si propone di analizzare queste trasformazioni passando in rassegna la letteratura scientifica che ha esaminato gli impatti dell’intelligenza artificiale sulle competenze e sull’occupazione. Vengono illustrati i due principali approcci metodologici sviluppati dalla ricerca internazionale: l’analisi task-based, che scompone le professioni nei compiti che le compongono per valutarne l’esposizione all’automazione, e l’analisi dei job posting online, che monitora l’evoluzione della domanda di competenze. Dal le evidenze esaminate emerge come l’IA colpisca prevalentemente lavoratori qualificati con mansioni cognitive avanzate, diversamente dalle precedenti ondate di automazione che interessavano principalmente il lavoro manuale. Per quanto riguarda specificamente il contesto italiano, si rilevano le criticità peculiari legate al significativo mismatch di competenze, al declino demografico e alla concentrazione territoriale dell’innovazione, sottolineando la necessità di politiche formative mirate e di un attento monitoraggio delle dinamiche del mercato del lavoro nella transizione digitale, bilanciando le opportunità di produttività con i rischi di ampliamento delle disuguaglianze.
  • Il presente saggio analizza il processo di contrattazione sulla riduzione dell’orario di lavoro all’interno di due grandi aziende metalmeccaniche in Italia, studiandone altresì le conseguenze in termini di qualità del lavoro. Lo studio rivela in primo luogo la necessità per i sindacati di possedere un elevato livello di comprensione tecnica dell’organizzazione del lavoro nella propria azienda e di coinvolgere in maniera diretta la forza lavoro durante tutta la fase negoziale. La valutazione dei lavoratori e delle lavoratrici in merito ai regimi di riduzione d’orario, ove è stato possibile raccoglierla, si è rivelata generalmente positiva, soprattutto alla luce dell’allungamento dei periodi di recupero e della maggiore disponibilità di tempo libero. Ciononostante, in entrambi i casi di studio, il rischio di dover scambiare la riduzione dell’orario di lavoro con un possibile peggioramento di altre componenti della qualità del lavoro non è stato del tutto evitato. Tale logica di scambio, più evidente del primo caso ma più limitata nel secondo, è legata al vincolo della produttività e rappresenta un limite significativo alla sostenibilità di modelli riduzione dell’orario di lavoro raggiunti attraverso la contrattazione collettiva.
  • Lo studio esplora come le caratteristiche del modello di governance nazionale e la qualità delle relazioni industriali influenzino la transizione verde delle piccole e medie imprese (Pmi) del settore gomma in due territori del Nord Ovest italiano. La ricerca si basa su interviste qualitative con testimoni privilegiati e sull’analisi di fonti secondarie relative agli interventi di governo e ai progressi delle Pmi rispetto agli obiettivi verdi. I risultati evidenziano l’assenza di relazioni industriali partecipative come fattore critico, insieme a carenze gestionali e centralizzazione decisionale. Le Pmi italiane affrontano scenari di transizione puntiformi, che rischiano di amplificare i divari territoriali, settoriali e organizzativi.
  • Prepotenti

    13.00 
    Prepotenti guarda il potere da vicino, nei suoi gesti più ordinari. Attraversa i luoghi di lavoro, i gruppi, le relazioni quotidiane e descrive i dispositivi più ordinari e più efficaci del potere tossico: autoritarismo, machismo, obbedienza. Il libro smonta, pezzo dopo pezzo, i meccanismi più invisibili ma persistenti di questo potere. Mostra come il silenziamento venga interiorizzato fino a sembrare naturale, come l’esclusione diventi metodo. Ciò che appare come fragilità personale emerge invece come l’effetto coerente di un ordine che funziona solo lasciando qualcuno ai margini. Nei contesti in cui il comando viene scambiato per competenza e l’adattamento per maturità, il potere non ha bisogno di imporsi apertamente: basta che venga accettato. È in questa zona grigia che il dominio si rende stabile, efficiente, difficilmente nominabile. In questo libro la prepotenza cambia senso: non è l’abuso di chi domina, ma l’atto scomodo di chi resta, nomina, disturba. Di chi interrompe automatismi fondati sulla paura, sull’adattamento, sul consenso passivo. Prepotenti non consola. Non pacifica. Sposta lo sguardo. E, dopo, niente torna esattamente al suo posto.  
  • CM N. 5-6/2025

    15.00 
    Lettera alle lettrici e ai lettori
    • Alberto Leiss, Guido Liguori, Verso la “terza serie” di «Critica Marxista»
    Osservatorio
    •  Luigi Ferrajoli, Per un costituzionalismo globale
    • Vincenzo Vita, Il potere senza contropoteri: assoluto, segreto, artificiale
    • Piero Di Siena, Il progetto strategico della destra italiana e la debolezza della sinistra
    • Massimo Cavallini, Da “Monroe” a “Donroe”, l’imperialismo Usa ai tempi di Trump
    • Stefano Rizzo, Dove andranno gli Stati Uniti nel 2026
    • Romeo Orlandi, West and the rest. Molto di nuovo sul fronte orientale
    • Riccardo Cristiano, Iraq, Siria e Libano: il futuro lo indica la dimenticata Antiochia?
    • Stefano Manservisi, Mario Pezzini, Relazioni internazionali, politica di sviluppo e ruolo dell’Europa
    La lezione di Aldo Tortorella
    •  Fabio Minazzi, Aldo Tortorella, un politico banfiano
    • Federico Micari, «Sulla svolta della Bolognina» e sull’avere «un punto di vista comunista». Intervista ad Aldo Tortorella
    • Federico Micari, Il metodo e la passione. Ricordo di Aldo Tortorella
    Laboratorio culturale
    • Paolo Desogus, Le ceneri del Pci. Pasolini, Togliatti e la politica come passione
    • Martín Cortés, L’ossessione per Gramsci nella destra argentina
    • Christos Bintoudis, Una giovane studiosa greca di Gramsci alla Sapienza: Mirsini Zorba (1973-1975)
    • Antonio Viteritti, Gramsci nell’antropocene. Rivoluzione passiva e crisi climatica
    • Mauro Munzi, Il general intellect al tempo della intelligenza artificiale
    • Lorenzo Serra, Tra esistenzialismo e marxismo. Un dialogo sulla crisi della democrazia
    • Chiara Meta, Femminismo e Pci: alla ricerca di una politica come «arte della gioia» 
    Schede critiche
    • Massimiliano Biscuso, Leopardi: corpo a corpo con la modernità
    • Mihaela Ciobanu, Eleanor Marx e la libertà femminile
    • Antonio Di Meo, Cesarismo e bonapartismo in Gramsci
    • Camilla Sclocco, Gramsci e il rinnovamento del marxismo
    • Gioia De Laurenziis, Il tema della traducibilità in Gramsci
    • Guido Liguori, Gramsci e l’educazione in Italia e America Latina
    • Antonio Di Meo, Una biografia di Togliatti
    • Celeste Costantino, Ripensando l’autobiografia di Althusser
    • Sebastián Gómez, Politica e pedagogia: il caso del Pci (1975-1980)
    • Guido Liguori, I carteggi di Paolo Spriano
    • Fabio Vander, La sinistra e la povertà
    • Alberto Leiss, Ingrao e Lolini. L’azzardo della parola
  • La disparità di genere è una delle forme più radicate e diffuse di disuguaglianza; in Italia le donne subiscono ancora discriminazioni economiche, lavorative e sociali. Ma cosa accade a questo genere già così vessato quando invecchia? Quando le donne superano il turning point della menopausa? Questo studio, il primo in Italia ad affrontare in modo organico la questione, propone una riflessione inedita e divertente. Con uno stile insieme colto e ironico, Eleonora Pinzuti e Patrizia Fistesmaire indagano il fenomeno da due prospettive complementari: da un lato spiegando cosa accade, offrendo dati, analisi epidemiologiche e testimonianze sulla violenza contro le donne “grandi”; dall’altro raccontando perché accade, risalendo alle radici letterarie, filosofiche e mediatiche di una ingiustizia millenaria. Insieme, tracciano un percorso possibile per trasformare “l’età grande” in una grande età, cambiando percezioni, costumi e libertà. Con la prefazione di Graziella Priulla, arricchito da didascalie introduttive e box di auto-interrogazione, questo testo a due voci si propone come un tassello essenziale del pensiero femminista contemporaneo e uno strumento necessario per un Paese che invecchia e che ha nelle sue donne grandi il motore non del passato, ma del futuro.
  • RPS N. 3/2025

    22.00 
    Pensioni. A 30 anni dalla legge 335/1995
    • I problemi aperti del contributivo
    • Disagio abitativo e politica per la casa
    • Transizione e nuovo patto sociale
    • La regolazione della finanza sostenibile in Europa
     
  • Per il sistema previdenziale italiano il 2025 rappresenta un anniversario: è il trentennale della riforma pensionistica del 1995, che ha introdotto il sistema contributivo (legge 8 agosto 1995, n. 335). I problemi che erano all’origine di quel cambiamento sono stati risolti? Il sistema è in equilibrio e potrà avere un futuro anche per i giovani? Oppure è l’istituto stesso della pensione nella sua accezione storica che oggi rischia di essere rimesso in discussione dalla profonda e forse epocale trasformazione del mercato del lavoro? Alla domanda che si faceva in passato «avremo mai una pensione?», cosa possono rispondere i più giovani? Per capire come stanno davvero le cose abbiamo girato queste (e altre) domande a quattro protagonisti delle politiche previdenziali e studiosi della materia: Elsa Fornero, Roberto Artoni con Pia Saraceno e Felice Roberto Pizzuti. Ecco cosa ci hanno risposto in relazione alle questioni centrali della flessibilità, adeguatezza, sostenibilità ed equità del sistema e al rapporto tra sistema pubblico e previdenza integrativa.
  • L’aumento della spesa sociale, soprattutto pensionistica, e il suo impatto sul debito pubblico tendono a spostare l’attenzione dall’efficacia e dall’equità dei modelli di protezione sociale alla loro sostenibilità finanziaria. Le dinamiche demografiche e l’invecchiamento della popolazione, sono diventate un tema centrale nel dibattito politico e tecnico, poiché tendono ad aumentare la quota di reddito da destinare alle pensioni, con conseguenze fiscali, politiche e sociali rilevanti. Per analizzare questa evoluzione, i paesi europei utilizzano un indicatore comune di sostenibilità, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil. Molte analisi cercano di prevederne l’andamento nel lungo periodo attraverso modelli di proiezione che includono variabili demografiche, macroeconomiche, del mercato del lavoro e i cambiamenti normativi. L’articolo si concentra su questi modelli di simulazione e mette in evidenza come la fissazione di un limite massimo al rapporto spesa pensionistica/Pil implichi scelte di distribuzione del reddito che riflettono inevitabilmente giudizi di valore. Inoltre, mentre i modelli di proiezione possono essere considerati strumenti utili per stimare gli effetti di lungo periodo delle politiche pensionistiche, essi non possono però essere presi a riferimento in modo del tutto vincolante, a causa di alcune intrinseche debolezze metodologiche e per le incertezze nella previsione a lungo termine di variabili cruciali.
  • Il sistema italiano di welfare è incentrato su trasferimenti monetari. Un unico istituto, l’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), gestisce la quasi totalità delle pensioni e degli altri trasferimenti, sia di carattere previdenziale che assistenziale. Il bilancio dell’Inps è enorme: nel 2024 ha erogato prestazioni per 413 miliardi di euro, finanziate da 250 miliardi di entrate contributive e 180 miliardi di trasferimenti dalla fiscalità generale, secondo un modello di finanziamento mediante contributi sociali, a ripartizione, della componente previdenziale e mediante trasferimenti pubblici della spesa assistenziale. Il bilancio dell’Inps appare caratterizzato da un suo equilibrio e da meccanismi di spesa e finanziamento rodati nel tempo. Tuttavia, uno sguardo più di dettaglio fa emergere anche discrasie e incongruenze. Fra queste, l’articolo evidenzia l’erosione del principio contributivo, per cui le effettive entrate contributive sono di gran lunga inferiori alle entrate teoriche. Inoltre, emergono dinamiche divergenti a livello categoriale: l’equilibrio finanziario dell’Inps è assicurato dagli attivi generati dai parasubordinati e da una parte del lavoro dipendente privato, cui continuano, fra l’altro, ad essere richiesti contributi sociali per gli assegni familiari, senza più corrispondente prestazione; d’altra parte, il lavoro autonomo, il lavoro pubblico e alcune specifiche categorie del lavoro dipendente privato mostrano importanti deficit.
  • Negli ultimi tempi, l’indicizzazione delle pensioni si è ritagliata un posto tutto suo nel dibattito di politica economica, non solo per i picchi di inflazione raggiunti nel 2008 e soprattutto nel 2022 e 2023, ma più in generale per la consistenza che anche tassi di inflazione «normali» (inferiori o a ridosso dell’obiettivo della Bce) hanno su uno stock di spesa maturo, per la maggior parte composto da pensioni calcolate col criterio retributivo, che è la principale voce del welfare system e del bilancio pubblico e che è previsto in ulteriore crescita nel prossimo decennio. Quello dell’indicizzazione è diventato un tema dentro il tema più ampio delle pensioni, con delle specificità sue e anche delle distinte possibilità di manovra. La prima parte di questo contributo è dedicata a ripercorrere le misure che, dal 1995 a oggi, hanno riguardato le regole di indicizzazione. Successivamente, si passano a esaminare le pronunce della Corte costituzionale, dalle quali emerge una crescente consapevolezza che su questo tema il punto di Diritto non può rimanere separato da quello di Economia. Infine, si propongono brevi considerazioni per la politica economica.
  • Il contributo analizza l’evoluzione della posizione relativa di lavoratori e pensionati in Italia tra il 1977 e il 2022, in un contesto di cambiamenti demografici, riforme pensionistiche e trasformazioni del mercato del lavoro. I risultati evidenziano un’inversione strutturale di tendenza: i pensionati hanno visto crescere redditi e sicurezza economica, mentre i lavoratori – specie i più giovani – hanno sperimentato stagnazione salariale, maggiore disuguaglianza e rischio di povertà. Innestandosi nel dibattito già aperto in letteratura, lo studio sottolinea il ruolo congiunto delle riforme del sistema pensionistico e del mercato del lavoro e richiama la necessità di politiche coordinate per bilanciare sostenibilità finanziaria e adeguatezza sociale.
  • Dopo aver ragionato sul legame fra remunerazione del fattore lavoro e finanziamento del welfare pubblico e aver richiamato i tratti principali dell’evoluzione del mercato del lavoro italiano, l’articolo fa uso di evidenze raccolte in una ricerca in corso per valutare quanti fra i lavoratori e le lavoratrici entrati in attività dalla metà degli anni novanta in poi rischino di ricevere al pensionamento una prestazione di importo molto limitato qualora la loro traiettoria di carriera non evolva in modo positivo negli anni a venire.
  • L’articolo esamina la relazione tra innalzamento dell’età pensionabile, salute e disuguaglianze sociali nel contesto italiano, integrando i risultati del progetto «The health equity impact of increasing age of retirement: the contribution of Italian longitudinal studies», finanziato dal Ministero della Salute, con la letteratura nazionale e internazionale. Le evidenze prodotte dimostrano che il prolungamento della vita lavorativa può avere effetti avversi sulla salute mentale, sulla salute fisica e cardiovascolare, e sulla mortalità. Ritardare l’uscita dal lavoro tende ad amplificare rischi sanitari e disuguaglianze, colpendo in misura maggiore i lavoratori esposti a carichi fisici e psicosociali più elevati, con peggiore salute pregressa e provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati. L’analisi documenta anche l’esistenza di significativi spillover verso altri comparti dello Stato sociale, tra cui invalidità, disoccupazione e welfare familiare, che risultano anch’essi fortemente differenziati lungo il gradiente socioeconomico e contribuiscono a ridimensionare parte dei risparmi previdenziali attesi. Nel complesso, i risultati suggeriscono la necessità di riforme pensionistiche più eque e flessibili, capaci di riconoscere le differenze nella capacità lavorativa e nella salute tra gruppi sociali, e di integrare le politiche previdenziali con interventi mirati nei contesti lavorativi, nei sistemi di cura e nel sistema sanitario.
  • A partire dai Rendiconti sociali del Civ dell’Inps, l’articolo evidenzia come il divario di genere persista lungo tutto il ciclo di vita: dalle scelte educative, con una maggiore presenza femminile nei licei e in discipline umanistiche, alla fase lavorativa, dove le donne affrontano maggiore disoccupazione, contratti precari e salari più bassi, accentuati dalla maternità. Il divario si riflette poi nelle pensioni, con differenze persistenti nonostante una loro riduzione, che però è legata al calo del valore delle pensioni maschili e non alla crescita di quelle femminili. Servizi di conciliazione, congedi e sostegni economici restano insufficienti e disomogenei. Ad emergere è la necessità di politiche integrate su famiglia, lavoro e servizi per promuovere parità effettiva e coesione sociale.