• L’articolo analizza l’importanza dello Stato rispetto all’innovazione sociale concentrandosi su due temi collegati: il rapporto fra innovazione e conoscenza e il ruolo dello Stato come istituzione per la conoscenza pubblica. Innovazione sociale è un quasi-concetto, dai contorni e dai significati vaghi. Ciò lo rende malleabile e adattabile a punti di vista differenti e al tempo stesso sfuggente e ambiguo. In effetti la realtà empirica dell’innovazione è caratterizzata da un’elevata eterogeneità. Dopo aver messo in evidenza in che modo le istituzioni e lo Stato intervengono in questo quadro, il saggio discute la dimensione conoscitiva e ideazionale dell’innovazione sociale. L’obiettivo è delineare il profilo di uno Stato innovatore e i problemi che esso incontra alla luce dei cambiamenti dell’azione pubblica in atto negli ultimi decenni. Oltre che supportare processi di upscaling e far fronte al rischio dell’incertezza, questo profilo implicherebbe: mediare e redistribuire poteri ideazionali; sostenere le capacità sociali di configurare nuove connessioni fra problemi e soluzioni; aprire alla discussione pubblica le basi informative delle decisioni.
  • Crisi e sconvolgimento strutturale, e dunque destianto a durare, del sistema contrattuale. Il ruolo della contrattazione decentrata nelle PP.AA. ex art. 16 del d.l. 98/2011. L'utilizzo delle economie realizzate nell'ambito dei piani triennali di razionalizzazione amministrativa. Il futuro delle relazioni industriali del settore pubblico e la capacità di "entrare negli aspetti strutturali e pre-organizzativi dell'amministrazione, per riuscire con efficacia a tutelare e rappresentare il lavoro".
  • Negli ultimi tempi, l’indicizzazione delle pensioni si è ritagliata un posto tutto suo nel dibattito di politica economica, non solo per i picchi di inflazione raggiunti nel 2008 e soprattutto nel 2022 e 2023, ma più in generale per la consistenza che anche tassi di inflazione «normali» (inferiori o a ridosso dell’obiettivo della Bce) hanno su uno stock di spesa maturo, per la maggior parte composto da pensioni calcolate col criterio retributivo, che è la principale voce del welfare system e del bilancio pubblico e che è previsto in ulteriore crescita nel prossimo decennio. Quello dell’indicizzazione è diventato un tema dentro il tema più ampio delle pensioni, con delle specificità sue e anche delle distinte possibilità di manovra. La prima parte di questo contributo è dedicata a ripercorrere le misure che, dal 1995 a oggi, hanno riguardato le regole di indicizzazione. Successivamente, si passano a esaminare le pronunce della Corte costituzionale, dalle quali emerge una crescente consapevolezza che su questo tema il punto di Diritto non può rimanere separato da quello di Economia. Infine, si propongono brevi considerazioni per la politica economica.
  • Questa non è l’ennesima inchiesta giornalistica sul sindacato italiano e sul suo stato di salute. Né è un pamphlet pro o contro il sindacato. È piuttosto una messa a punto agile, ma basata sulle teorie della rappresentanza e del sindacalismo, volta a stabilire dove sia il sindacato oggi e dove stia andando, o possa andare. Il riferimento è al sindacato italiano, ma l’ottica è quella degli studi comparativi sui sindacati contemporanei. La presunzione è di dire qualcosa che vada oltre le polemiche contingenti e di breve respiro e possa aiutare a comprendere, più in generale e a partire dai dati di fatto, le potenzialità e i limiti del sindacalismo nella fase di trasformazione dell’economia e del capitalismo da tempo in corso. Il libro inizia con una puntualizzazione sulle caratteristiche strutturali della rappresentanza sindacale, che ne costituisce la chiave di lettura e di interpretazione generale. Il fuoco è poi sulle dinamiche, i successi, i limiti, i problemi aperti, le prospettive possibili del rapporto di rappresentanza – dell’identità stessa del sindacato, quindi – in un periodo in cui il mondo del lavoro cambia profondamente.
  • Dopo un’analisi delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza, causa e origine della crisi globale, espone la proposta di Riforma fiscale avanzata dalla CGIL che ha come obiettivo quello di spostare il peso eccessivo della pressione tributaria che grava su quella parte di popolazione composta da lavoratori dipendenti e pensionati verso quelle famiglie in cui si concentrano patrimonio e ricchezza privata.
  • La sinistra deve con coraggio indagare a fondo la realtà e anche se stessa. Oltre la contingenza stucchevole di un’effimera citazione sui media, deve costruire risposte alternative a quelle delle classi dominanti e avere un suo progetto di società. Questi temi sono stati al centro di una riflessione che l’Ars (l’Associazione per il rinnovamento della sinistra) ha sviluppato nel corso dell’Assemblea “Quale sinistra dopo la sconfitta”, che si è tenuta il 14 giugno del 2013. Il volume riproduce il dibattito che si è svolto in quella sede, insieme ai materiali preparatori. La domanda a cui i vari interlocutori hanno cercato di dare risposte è ineludibile: come uscire dall’afasia, dalla crisi di idee e prospettive della sinistra italiana. Come scrive Alfiero Grandi nell’introduzione al libro, “l’Associazione per il rinnovamento della sinistra ha sempre cercato di superare i limiti di una discussione reticente e schematica sugli errori della sinistra. Troppo soggettivismo nell’attribuire le sconfitte ai soli gruppi dirigenti della sinistra, che pure di errori ne hanno fatti tanti. Troppo consolatorio contrapporre la “base”, che avrebbe in sé le risorse per reagire al meglio, ai vertici politici, talvolta anche sindacali, considerati incapaci di affrontare le situazioni. L’Ars ha cercato le ragioni degli errori e delle sconfitte più a fondo, in particolare nella debolezza dei fondamenti politici, sia nell’analisi che nelle proposte, con riflessioni dure, forse aspre, ma sempre con lo scopo di contribuire a capire, ad approfondire e per aiutare un lavoro di lunga lena che non si accontenta né di individuare i presunti colpevoli, né della ricerca della palingenesi risolutiva”.
  • Il contributo indaga le rappresentazioni della sostenibilità sociale veicolate all’interno del quadro regolativo europeo in materia di finanza sostenibile. Attraverso la ricostruzione del percorso che ha condotto il settore finanziario a confrontarsi con le questioni socioambientali, l’analisi si concentra sul ruolo svolto dai gruppi consultivi della Commissione europea nella definizione del concetto, con particolare attenzione a due documenti elaborati dalla Piattaforma per la finanza sostenibile (Psf) nel periodo 2020-2022. Adottando l’approccio analitico del référentiel, lo studio mette in luce le rappresentazioni cognitive e normative che orientano la visione di sostenibilità sociale promossa dagli esperti coinvolti nel processo regolativo. I risultati evidenziano una tendenza prevalente a concepire tale dimensione come fattore funzionale alla crescita economica, più che come elemento costitutivo del benessere collettivo.
  • Il volume interroga il tema della rappresentanza sindacale a partire dalle condizioni di lavoro delle nuove generazioni. Il testo nasce a seguito di una ricerca empirica qualitativa condotta dall’IRES regionale in Emilia-Romagna con i giovani sindacalisti della CGIL. In occasione dell’indagine sono stati così coinvolti più di cento delegati, in tutti i settori produttivi e le province del territorio regionale. Nel testo emergono, quindi, non solo le gravi problematiche del lavoro che cambia, della rappresentanza in contesti di lavoro sempre più frammentati, ma anche e soprattutto riflessioni ed elementi di discussione utili ad immaginare strategie di innovazione per il sindacato nel suo complesso. A fronte di uno scenario nel quale la divisione, l’isolamento e l’incomprensione tra le differenti esperienze produttive vanno intensificandosi, nel volume vengono prese in considerazione alcune ipotesi di riorganizzazione della rappresentanza al fine di suggerire nuove ragioni di alleanza e coalizione del lavoro. Ragioni tese ad alimentare un’azione sindacale capace di non rinunciare alla promozione delle emergenti istanze di soggettività dei giovani lavoratori ma neanche ad un’idea di rappresentanza collettiva del lavoro.
  • La prima parte dell’articolo riassume e analizza le evidenze che emergono dal rapporto Oxfam 2018 – Ricompensare il lavoro, non la ricchezza – e dal suo inserto «Disuguitalia» con riferimento allo scenario globale e, in particolar modo, all’Italia. Il rapporto pone l’accento su una crescita incontrollata della disuguaglianza economica dovuta principalmente all’aumento dei super ricchi e dei loro patrimoni, spesso ottenuti attraverso canali non concorrenziali. Nella seconda parte dell’articolo, invece, con l’ausilio del World Inequality Database, vengono fornite alcune ulteriori evidenze sulle recenti dinamiche in Italia della disuguaglianza nei livelli di reddito individuale lordo. Nella parte finale si esplicita una breve riflessione sulle raccomandazioni proposte nel rapporto, nonché sull’effetto potenziale sulla disuguaglianza economica delle principali politiche sociali e fiscali di prossima attuazione nel nostro paese.
  • Nel mercato mondiale, europeo e italiano dell’auto il trend di crescita dei paesi di nuova industrializzazione e la stagnazione dei mercati tradizionali occidentali vanno accentuandosi. Il gruppo FIAT, ripensando la sua strategia, guarda sempre più fuori del nostro paese. Il Piano «Fabbrica Italia», presentato da Marchionne, sembra offrire soluzioni caso per caso per i vari siti produttivi più che proporre una strategia nazionale integrata, mentre il dibattito in corso in Italia resta quasi esclusivamente concentrato sul momento caldo delle relazioni industriali nel settore. Il volume analizza la situazione, le problematiche e le proposte aziendali di ciascun sito produttivo italiano, nonché lo stato e le prospettive dell’indotto – componentistica e concessionari auto – evidenziando come nel comparto sia attesa una forte innovazione tecnologica e organizzativa, con ingenti investimenti in ricerca e sviluppo e in infrastrutture, per rendere attuale l’affermazione dell’auto ecologicamente sostenibile, nell’ottica di un nuovo modello di mobilità individuale e collettiva. Per far ciò occorre un rinnovato impegno di politica industriale – a partire dalle prime proposte di «Industria 2015» varate a suo tempo dal ministro Bersani – totalmente assente nell’attuale azione governativa. Difendere la produzione italiana nell’assemblaggio finale come nell’indotto significa salvaguardare, oltre a un comparto industriale strategico, una considerevole porzione di PIL e l’occupazione di quasi un milione di addetti.
  • La tesi iniziale dello scritto è che la deludente dinamica nella produttività del lavoro, che caratterizza l’economia italiana dalla metà degli anni novanta, sia dovuta all’insufficiente realizzazione di innovazioni organizzative da parte delle nostre imprese nella manifattura e nei servizi. Pertanto, per recuperare i conseguenti divari di competitività, risulta necessario spingere le imprese di medio-piccola e piccola dimensione verso il cambiamento. Lo strumento scelto, che si basa sull’articolazione fra contrattazione nazionale e aziendale, è quello della cosiddetta «produttività programmata».
  • Nei processi di ridefinizione dei modelli di rappresentanza le sfide poste dalla digitalizzazione rappresentano sicuramente un elemento di forte cambiamento non solo organizzativo ma anche in ragione della crescente differenziazione delle forze di lavoro soprattutto rispetto all'esplosione delle forme di lavoro autonomo. Questa espansione se da un lato ha posto nuove sfide ai modelli di regolazione e di rappresentanza, dall'altro aggiunge, proprio in funzione dei processi di digitalizzazione, nuovi elementi di complessità. L'intreccio tra digitalizzazione, nuovi lavoratori autonomi e tentativi di ricomporre questi cambiamenti nel quadro di una nuova rappresentanza è al centro del ragionamento di questo articolo che si sviluppa in due parti. Nella prima vengono analizzate le sfide che la digitalizzazione pone alle relazioni industriali; nella seconda ci si concentra sulla relazione tra digitalizzazione e lavoro autonomo analizzando anche alcuni casi innovativi nelle forme di rappresentanza dei lavoratori autonomi digitali.
  • L’articolo affronta in termini generali il tema delle possibili riforme fiscali attuabili nel nostro paese in tempi di crisi e, a maggior ragione, di ripresa della crescita. Si sofferma, in particolare, sulle linee di riforma dell’Irpef e dell’Ires e sulla possibilità di compensare la riduzione di tali imposte con l’istituzione di altri tipi di prelievo gravanti su nuove forme di ricchezza. Si sottolinea, altresì, la necessità, allo stato attuale, di mettere comunque a punto un sistema tributario che garantisca il finanziamento dello Stato sociale e, nel contempo, consenta di ridurre le forti disuguaglianze. Il rilancio della produttività dovrebbe, invece, essere perseguito soprattutto attraverso la spesa per investimenti pubblici.
  • Il contributo prova a inquadrare alcuni nodi critici e paradossi dell’attuale esercizio professionale in Italia. Si sottolineano le contraddizioni tra mandati e rappresentazione della professione evidenziando anche, all’interno di un sistema di welfare frammentato, il rischio dello scivolamento degli assistenti sociali verso un adeguamento a logiche e atteggiamenti burocratici. A fronte di questa situazione complessa e al repentino mutamento della società si cerca di individuare alcune opportunità e sfide che la comunità professionale, con le istituzioni, può accogliere per riprendere un effettivo ruolo di sviluppo dei diritti sociali e del benessere a favore delle persone e delle comunità.
  • I risultati del progetto "Works", realizzato grazie a 17 gruppi di ricerca di 14 paesi. Obiettivo del progetto era mettere a disposizione una lettura comparativa dei cambiamenti del lavoro, della sua organizzazione, della sua natura; più esattamente era conoscere l’impatto dei diversi tipi di ristrutturazione in corso nelle imprese e nelle pubbliche amministrazioni sulla qualità della vita
  • Il testo propone una tipologia delle strategie di rappresentanza dei lavoratori non standard. Per fare ciò si sofferma su cosa vada inteso per rappresentanza e lavoro non standard. Nella tipologia vengono infine collocati i risultati di un’indagine nazionale sul tema.
  • Il contributo evidenzia la necessità di approfondire e rendere evidente la relazione tra povertà lavorativa e bassa qualità dell’occupazione in Italia, focalizzandosi su salari e tipologie contrattuali di lavoro. Negli ultimi decenni, l’Italia ha visto un calo dei salari reali rispetto a Germania e Francia. Nonostante si lavori più ore, la quota del Pil destinata ai salari è tra le più basse d’Europa. La qualità occupazionale, per intensità e durata dei rapporti di lavoro, influenza fortemente i salari: chi lavora con contratti a termine, a part-time e in modo discontinuo ha una retribuzione in media di meno di 10.000 euro l’anno, mentre i lavoratori con contratti a tempo indeterminato, a tempo pieno e con continuità hanno una retribuzione di oltre 37.000 euro, ma riguarda solo il 38,7% degli occupati del settore privato. Inoltre, il 58% di chi lavora part-time lo fa «involontariamente». L’incidenza del rischio di bassi salari e della povertà lavorativa è più alta per le donne e per i giovani, in ragione del maggiore ricorso di contratti discontinui e a tempo parziale. La povertà lavorativa è aumentata dal 9,5% nel 2010 all’11,5% nel 2022. Per contrastarla, occorre agire su più ambiti d’inter vento: specializzazione dei settori produttivi, sostegno alla contrattazione collettiva, regolazione del mercato del lavoro e rafforzamento delle competenze, puntando su politiche che riducano la precarietà e favoriscano l’occupazione stabile e qualificata.
  • L’articolo analizza il ruolo giocato dall’istruzione di lavoratori e imprenditori nel condizionare (promuovere) diverse dimensioni della qualità del lavoro. Le analisi empiriche sono sviluppate sulla base dei dati della Rilevazione sulle imprese e sui lavoratori (Ril) condotta dall’Isfol per il 2010 e permettono di evidenziare i seguenti risultati. Primo, il livello di istruzione degli imprenditori è un fattore fondamentale per favorire gli investimenti in formazione professionale, l’adozione della contrattazione integrativa sui salari e l’occupazione con contratti a tempo indeterminato. Secondo, il livello di istruzione dei lavoratori è positivamente correlato alla propensione delle imprese a effettuare investimenti formativi, ma non costituisce un freno all’uso dei contratti a temine né agevola l’adozione della contrattazione integrativa sui salari. Tali risultati mettono in luce come il capitale umano dei datori di lavoro costituisca un elemento critico per aumentare la qualità del lavoro e, quindi, per la crescita economica e sociale del paese.
  • Dopo 15 anni la necessità di un aggiornamento delle regole di contrattazione appare necessaria, ma non può prescindere dal contesto economico in cui la crisi sta dilagando. L’Accordo quadro del 22 gennaio 2009 non mantiene quello stesso spirito “ciampiano” del 1993 e comporta un peggioramento del potere d’acquisto nei Contratti nazionali e della stessa contrattazione. Ma, soprattutto, l’Accordo “separato” rinuncia anche ad una effettiva estensione e qualificazione della contrattazione decentrata, quando proprio la crescita della produttività e la redistribuzione avrebbero dovuto ra
  • Con Tracciare confini (2006) Gian Primo Cella lascia il porto tranquillo della sociologia economica, del lavoro e delle relazioni industriali e affronta il «mare aperto» della teoria sociale1. Ormai tali «scorrerie» cominciano a essere abbastanza frequenti – si pensi a Le tre forme dello scambio. Reciprocità, politica, mercato a partire da Karl Polanyi (1997) – al punto da indurci a chiedere se quel porto sia stato abbandonato definitivamente. È come se quei confini, tutto sommato coccolati nel corso di questo libro, Cella provasse ad abbatterli nei rapporti della sociologia...