• Il Rapporto congiunturale semestrale IRES è il nuovo strumento di cui la CGIL si è dotata per monitorare l’evoluzione dell’economia a supporto delle scelte di politica economica, sociale, retributiva. Esso fornisce un’analisi dei principali indicatori dell’economia e gli approfondimenti sui principali problemi d’attualità: natura della crisi e funzione dell’economia statunitense, concorrenza cinese, problema delle dimensioni di impresa. Un’attenzione particolare, con specifiche elaborazioni, è dedicata alla collocazione dell’Italia nel mercato internazionale e alla perdita di competitività intervenuta negli ultimi anni. Affrontando questi temi, il Rapporto intreccia l’analisi delle dinamiche congiunturali con quella delle caratteristiche strutturali dell’economia italiana. Nel volume sono riportati infine i primi risultati dell’indagine che la CGIL ha avviato tra le proprie strutture territoriali per costruire un modello previsionale dell’evoluzione dell’occupazione, dell’utilizzo degli impianti, del PIL. Ciò è tanto più necessario oggi in presenza di una crisi di cui non si intravede la fine e che il governo prima ha negato e adesso sottovaluta.
  • La riforma Fornero non è stata né equa né sostenibile. Non è stata equa perché ha fatto pagare ai lavoratori a basso reddito un prezzo spropositato tra prolungamento della permanenza al lavoro e prelievo contributivo: i lavoratori, quelli manuali ma non solo, non ce la faranno a lavorare fino a un’età così avanzata e le aziende preferiranno liberarsene. Si prospetta un futuro terribile per milioni di lavoratori: ben altro che gli esodati! D’altra parte ha lasciato sacche di privilegio e ha persino migliorato i requisiti per l’accesso alla pensione dei lavoratori della fascia più alta di reddito. Dunque a pagare sono soprattutto le donne, gli operai, i parasubordinati, i precari e i lavoratori stranieri. E non è sostenibile perché non ha messo in sicurezza i conti dell’INPS non avendo risanato i fondi in passivo cronico e avendo scaricato sull’INPS il debito accumulato dalla gestione pubblica, non per colpa dei dipendenti ma delle amministrazioni, a cominciare dallo Stato, che per decenni non hanno versato i contributi. Infine non è stata neanche una riforma «europea»: la previdenza e l’assistenza in Germania sono gestite molto diversamente, in particolare per gli stati di bisogno, di cura, di maternità e di disoccupazione. Occorre quindi riformare profondamente il sistema tenendo conto dei mutamenti demografici, della nuova famiglia e delle caratteristiche del mercato del lavoro. La solidarietà, anche alla luce dei profondi mutamenti avvenuti nelle famiglie, non potrà che essere pubblica, pena l’insostenibile abbandono degli anziani a se stessi. L’Europa ci mostra esempi, a cominciare dalla Germania, per ripensare un welfare equo e sostenibile.
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    Lo spunto per questo libro è stata la lettura dell’opera di Lord Ponsonby, pubblicata a Londra nel 1928 e intitolata Falsehood in Wartime, ovvero falsità in tempo di guerra, una stimolante riflessione sulla propaganda bellica nel primo conflitto mondiale. L’autore, barone, nato nel castello di Windsor e appartenente a una delle più nobili famiglie britanniche, ostile all’entrata in guerra della Gran Bretagna nel 1914, abbandonò il partito liberale per iscriversi al partito laburista, del quale divenne rappresentante alla Camera dei Comuni e successivamente alla Camera dei Lords. Arthur Ponsonby era un pacifista convinto e nel suo libro si dedicò a smascherare un certo numero di menzogne inventate e propagandate durante la prima guerra mondiale per giustificarla agli occhi delle masse popolari, e a descrivere alcuni meccanismi elementari della propaganda di guerra che l’autrice di questo agile volume riassume nei dieci principi che ne costituiscono i capitoli. Partendo da qui, per ciascuno di tali principi di propaganda, Anne Morelli, docente presso l’Université Libre de Bruxelles, dimostra come i loro meccanismi non siano stati messi in azione solo nella prima guerra mondiale, ma al contrario siano poi stati regolarmente utilizzati negli altri successivi conflitti, fino ai più recenti. Il saggio introduttivo di Giulietto Chiesa completa l’analisi illustrando le tecniche di persuasione peculiari del «villaggio globale», veicolate dal sistema mediatico contemporaneo.
  • L’autrice dimostra come dei meccanismi elementari della propaganda di guerra, utilizzati per la prima volta in occasione del conflitto del 1914-1918, ci si sia serviti regolarmente in tutte le ostilità successive (comprese le più recenti). Il libro, per il suo carattere didattico, ha conosciuto un grande successo internazionale: tradotto in sette lingue (tra le quali il giapponese) e ripubblicato in varie edizioni, si è oggi trasformato in un «classico», utile soprattutto a comprendere come la propaganda ci spinga ad accettare guerre che al loro insorgere disapprovavamo. Di seguito potete visualizzare l'intervista su Collettiva.it alla storica belga Anne Morelli  realizzata da Carlo Ruggiero il 24 febbraio 2024  Intervista all'autrice Anne Morelli
  • Lo scorso settembre sette sindacati «internazionali» statunitensi hanno formato una nuova federazione sindacale, Change to Win (Cambiare per vincere, Ctw). Questo è accaduto nonostante i considerevoli sforzi da parte del presidente dell’Afl-Cio, John J. Sweeney, di andare incontro alle loro proposte di cambiamento. L’evento era in gestazione – tra dibattiti interni e campagne pubblicitarie – già da qualche anno, anche se cinque dei sette sindacati non sarebbero usciti dall’Afl-Cio fino al congresso del luglio 2005. ...
  • Il contributo porta la discussione sull’intero sistema produttivo italiano, comprendendo anche le piccole-medie imprese. La sua analisi si concentra su alcuni fondamentali debolezze dei processi di riaggiustamento in corso. Le innovazioni nell’organizzazione del lavoro e della produzione hanno una diffusione limitata, sono poco coraggiose, si impantanano a metà strada. Inoltre, la stragrande maggioranza delle imprese affronta la globalizzazione con un approccio orientato prevalentemente alla riduzione dei costi, che si concretizza spesso in iniziative opportunistiche di breve respiro.
  • È noto come il tessuto produttivo italiano sia caratterizzato, rispetto alle altre economie industriali moderne, dalla presenza di piccole e medie imprese operanti in settori tradizionali. Questo tratto peculiare dell’economia italiana è stato a lungo ritenuto un fattore di debolezza dello sviluppo. In realtà i sistemi locali di piccole imprese hanno mostrato una notevole capacità di adattamento incrementale ai mutamenti della domanda, aiutati in questo anche dalle politiche di svalutazione che hanno consentito di accrescere la profittabilità dell’export. Tuttavia, la base della crescita viene oggi decisamente spostata sulle dinamiche della produttività, perciò sull’innovazione, sulle possibilità di integrazione tecnologica, sulle capacità di creare e scambiare conoscenze astratte. Ma come possono le piccole e medie imprese italiane contribuire ad accrescere le dotazioni collettive di capitale umano e riuscire a incorporare nei prodotti e nei processi produttivi nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche? In quale misura esiste uno spazio reale di innovazione nei settori tradizionali del made in Italy e in che modo favorire la sua esplorazione valorizzando la varietà territoriale e l’apertura internazionale dei sistemi produttivi locali? Quali sono, in definitiva, le linee di una possibile politica industriale italiana all’interno del processo di integrazione europea e di crescita della concorrenza mondiale? Questi sono i principali interrogativi affrontati e discussi nel saggio di Giancarlo Corò e nei contributi offerti nel testo. Contributi di: Carla Cantone, Marigia Maulucci.
  • «Di buon mattino, il 9 ottobre 1979, cominciano a giungere, inattese ai loro destinatari, le 61 raccomandate» con cui la FIAT licenzia altrettanti lavoratori, accusandoli di aver fatto ricorso alla violenza durante un aspro decennio di conflitto industriale. Appare subito chiaro che, accanto ai 61 operai, offerti all’opinione pubblica come quinta colonna del terrorismo in fabbrica, sul banco degli imputati siede il conflitto collettivo e l’intero sindacato, oltre alle norme che limitano il potere dei datori nei luoghi di lavoro. La vicenda dei 61, il cui estenuante processo in questo libro scritto nel 1981 è raccontato con maestria da Giorgio Ghezzi, già membro del collegio di difesa del sindacato, costituisce, in realtà, «una lucida introduzione» alla sconfitta operaia dell’autunno 1980: una «svolta nel corso delle relazioni industriali» e, con essa, l’inizio di un lungo trentennio di restaurazione italiana che, a giudicare dai più recenti sviluppi del «caso FIAT», non è ancora concluso. Le lucide premonizioni, disseminate nel testo che oggi viene ripubblicato, rappresentano una ragione in più per frequentare, trent’anni dopo, un cruciale tornante di storia sindacale del nostro Paese.
  • L’Italia è entrata in un circolo vizioso, che può essere spezzato solo attraverso un rilancio degli investimenti e della produttività nei settori strategici, a iniziare dal manifatturiero. Se da una parte dobbiamo chiedere la costruzione di un’Europa politica, dall’altra dobbiamo risolvere i nostri problemi di competitività. Occorre incrementare la competitività di quei comparti che sono maggiormente esposti alla concorrenza internazionale. La contrattazione collettiva può essere chiamata a svolgere un ruolo attivo di sostegno e di accompagnamento. Urge dirimere le questioni relative al sistema contrattuale e alla rappresentanza sindacale, premesse necessarie di qualsiasi opera riformatrice di ampio respiro.
  • Una riflessione sul sistema economico regionale dell’Emilia-Romagna che intende superare la sterile contrapposizione tra tesi del declino e tesi della trasformazione. Da un lato i settori industriali, trainati dalla componente estera della domanda, fanno registrare una crescita del valore aggiunto a tassi ben più elevati della media nazionale. Dall’altro i settori del terziario che frenano la crescita con dinamiche della produttività spesso negative, compensate da una forte intensità occupazionale della crescita. Analisi e valutazioni.