• QRS N. 1/2021

    22.00 
    • Landini: la necessità di una svolta
    • La didattica a distanza
    • Perché tornano in campo le organizzazioni
    • Lavorare in fabbrica oggi
  • La microfinanza ha acquisito una crescente rilevanza nel campo delle politiche di welfare a partire dall’assunto che esclusione finanziaria ed esclusione sociale si rinforzino reciprocamente. L’articolo riflette su questo nesso attraverso un’analisi dei processi di inclusione-esclusione nel microcredito sociale. La ricerca, basata su uno studio di caso e interviste semi-strutturate condotte con diversi attori di policy, conferma il ruolo delle logiche paternalistiche del microcredito nella separazione tra meritevoli e non meritevoli. Tuttavia, i risultati evidenziano la rilevanza ancora maggiore dei limiti strutturali all’inclusione finanziaria. Da un lato, l’impossibilità di superare tali limiti è insita nello stesso microcredito che, in quanto strumento finanziario, può riprodursi solo a specifiche condizioni. Dall’altro, è soggetta all’agency degli attori che, coerentemente con i loro obiettivi, agiscono per limitare il rischio che il microcredito possa innescare ulteriori processi di esclusione finanziaria e sociale. Lo studio contribuisce così a fare luce sulla necessità di problematizzare la capacità degli strumenti della microfinanza, e di quelli finanziari in generale, di colmare i deficit del welfare e contrastare la povertà e la vulnerabilità sociale.
  • La pandemia nel sistema penitenziario è stata solo in parte (e forse in minima parte) una questione di salute. Nel discorso pubblico e negli «atti» del decisore politico essa è stata trattata anche e soprattutto come una questione di sicurezza e ordine pubblico, ribadendo, di fatto, la subalternità del diritto alla salute rispetto alle istanze securitarie. La pandemia non ha prodotto nessun cambio di paradigma, ma significativi cambiamenti sul piano micro che possono durare anche nel lungo periodo.
  • Il diffondersi della pandemia virale nella società libera e negli istituti penali italiani ha colto di sorpresa tutti. La politica nazionale ha ritenuto di limitare i propri provvedimenti rispetto alla richiesta, da più parti avanzata, di procedere a interventi deflattivi massicci per migliorare la possibilità di gestire in sicurezza delle persone detenute. Il virus è parso in alcune circostanze assumere le dimensioni di leva argomentativa per sostenere approcci diametralmente opposti. Altri interventi normativi non sono intercorsi e la gestione penitenziaria ha visto riscoprire il potenziale innovativo dell’ordinamento penitenziario. Questo è stato possibile per il cambio di atteggiamento della magistratura e delle direzioni degli istituti penitenziari. Ora si tratta di capire se questo nuovo approccio, determinato dalla contingenza pandemica, non subirà un processo di affievolimento una volta che quest’ultima sarà terminata.
  • I rapporti tra Stato e regioni, da sempre al centro di un vivace dibattito, nel corso dell’emergenza pandemica hanno fatto emergere una serie di difficoltà. Il problema non sembra essere rappresentato dall’assetto costituzionale delle competenze, ma piuttosto dalle modalità con cui le competenze sono state sinora esercitate. Il contributo contiene alcune riflessioni su come l’attuale scenario potrebbe costituire una occasione per affrontare le riforme necessarie a rafforzare il principio della leale collaborazione, verticale e orizzontale, tra i livelli territoriali di cui si compone il nostro sistema.
  • L’articolo, partendo da un aggiornamento sullo stato di avanzamento dell’iter di attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, per il riconoscimento di maggiore autonomia alle regioni che lo richiedono, analizza gli elementi di criticità dei rapporti tra Stato e regioni, in particolare, prima e durante la pandemia, delineando gli obiettivi da realizzare affinché siano superati. Si pongono in evidenza gli elementi problematici emersi nell’emergenza Covid-19 in merito all’uniforme riconoscimento dei diritti civili e sociali fondamentali, alle disuguaglianze esistenti e ai conflitti di competenza tra Stato e regioni.
  • Benché la dinamica demografica sia una delle grandi sfide globali del futuro, il nostro Paese, fino ad oggi, ha deciso di non affrontare questo tema sul piano delle decisioni politiche. La pandemia ha mostrato come le risposte offerte dall’Italia ai bisogni di cura dei suoi cittadini più fragili, gli anziani non autosufficienti, siano nel migliore dei casi inadeguate e costose, e, nel peggiore, colpevoli di un vero e proprio abbandono, costringendo finalmente a riflettere criticamente su un modello che mostra tutta la sua inadeguatezza. Non sarà certo, tuttavia, una trasformazione e un adeguamento marginale dei servizi di cura e assistenza a fornire risposte a bisogni di evoluzione e aderenti alle trasformazioni demografiche in atto, perché è non solo auspicabile ma necessario un vero, nuovo modello di welfare. Occorre una narrazione diversa, una «utopia ragionevole», che accolga una diversa concezione dell’invecchiamento e agisca quale potente fattore di mutamento di un Servizio sanitario confezionato su vecchi bisogni, lontani da quelli di una società in profonda trasformazione, che suggerisce di investire su altri e nuovi modelli di salute.
  • Nell’ultimo secolo, la vecchiaia è stata fatta coincidere con la fine del lavoro ovvero con l’inizio della pensione: è vecchio chi smette di essere un elemento produttivo all’interno della società. La vecchiaia è una questione di classe, più di quanto si pensi. Ma il nesso tra vecchiaia e improduttività è molto antico: nel 1400 nascono i primi ospedali per poveri in cui venivano rinchiuse le persone ai margini della società, coloro che non producevano valore: anziani, matti, criminali, malati. È da questi luoghi che nascono, successivamente, le residenze per anziani – istituzioni totali che, nell’ultimo anno, hanno dimostrato il loro essere luoghi di morte e non di cura. In un mondo sempre più povero e precario ha ancora senso legare la vecchiaia alla fine del lavoro? Finiamo per non smettere mai di lavorare e di non avere tempo, per esempio, come ci insegna lo scrittore Italo Svevo, per scrivere. Vedendo che la maggior parte della popolazione anziana è composta da donne, si approfondisce infine il concetto di vecchiaia al femminile e il concetto di lavoro di cura e di assistenza verso le persone anziane, sempre declinato al femminile.
  • Le strutture residenziali per anziani sono un esempio di risposta istituzionalizzata a un bisogno articolato, complesso e determinato da molte componenti: di ordine fisico, psicologico, sociale, biografico, esistenziale. A fronte di questa complessità, il servizio oggi offerto è un luogo che, anche alla luce di quanto accaduto durante l’epidemia da Sars-CoV-2, non può restare immutato: è necessario avviare una profonda riflessione di tutti gli attori coinvolti, al fine di ripensare la cura per le persone fragili, ripartendo in primis dalle preferenze espresse da coloro che vivono la fragilità e dai loro care giver. La letteratura internazionale offre indicazioni interessanti innanzitutto per i decisori: le relazioni costanti con i famigliari sono il fattore citato dagli intervistati come il più importante da salvaguardare nella predisposizione di qualsiasi modalità di long term care. Si tratta di affrontare una sfida culturale che metta in discussione l’istituzionalizzazione delle persone fragili, senza peraltro escludere forme di assistenza residenziale che si rendano necessarie in certe fasi della vita.
  • L’emergenza provocata dal Covid-19 ha fatto venire alla luce contraddizioni già presenti ormai da alcuni decenni nella nostra società, ossia l’incapacità di rispettare il diritto di ogni persona a vivere in maniera degna gli ultimi anni della propria vita, nel proprio habitat, circondata dall’affetto dei propri famigliari e dalla cura dell’intera comunità. Di fronte a tale situazione il ministro Roberto Speranza ha istituito il 28 settembre 2020 una Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana (decreto ministro della Salute 8.9.2020). Il contributo delinea le linee generali che presiedono il senso e il lavoro della Commissione, nata in un momento particolarmente drammatico non solo per il nostro Paese ma per l’intera Europa e l’intero pianeta. L’Italia ha vissuto per prima in Occidente l’esplosione della pandemia. E sono stati proprio i primi mesi del Covid a far emergere la necessità di un profondo ripensamento delle politiche di assistenza sociosanitaria per la popolazione anziana.
  • L’articolo illustra i principali cambiamenti, avvenuti nel corso degli ultimi venti anni, nella condizione degli anziani in Italia. Le dimensioni interessate sono sia di tipo quantitativo sia di carattere qualitativo, includendo i vari ambiti della vita quotidiana. Tassi di natalità costantemente bassi e l’aumento della speranza di vita hanno modificato progressivamente la piramide delle età della popolazione del nostro Paese. Questo processo si accompagna a cambiamenti strutturali importanti che tendono a spostare in avanti la fase a cui si abbina un aumento dei rischi di salute e, più in generale, di fragilità sociale. Ripercorrere la modulazione tra le diverse fasi del ciclo di vita con l’individuazione dei momenti di transizione e dei bisogni ad esso associati è importante per ridefinire obiettivi e riformare le politiche di assistenza. L’analisi qui presentata focalizza su alcune delle variabili che guidano questo percorso: il livello di istruzione – dal quale dipendono stili di vita, salute, rischi di esclusione – e le caratteristiche del modello di welfare e di relazioni sociali che si riflettono in modo diretto sul benessere economico e psico-fisico degli individui e su aspetti ad esso correlati come il livello di autosufficienza e la solitudine.
  • La pandemia sta mettendo in luce i problemi strutturali dell’assistenza agli anziani, in termini di qualità, efficacia e sicurezza della presa in carico, di disponibilità di professionisti e di qualità del lavoro. Molto resta ancora da fare per promuovere una cultura rispettosa delle persone anziane, per contrastare pregiudizi e luoghi comuni e per offrire supporto nelle comunità in cui vivono.
  • RPS N. 1/2021

    22.00 
    Anziani: diritti e libertà nella crisi Covid e oltre
    • Ripensare le politiche di assistenza sociosanitaria
    • Il rapporto Stato-Regioni alla prova dell'emergenza
    • La pandemia e il sistema penitenziario, tra salute e sicurezza
  • A distanza di un decennio dal pionieristico volume Contro l’ergastolo (che inaugurava la collana delle pubblicazioni de La Società della Ragione) e all’indomani dell’ord. n. 97/2021 della Corte costituzionale, si impone una rinnovata riflessione critica su tutte le modalità di detenzione a vita. Lo fa il presente volume, guardando al «fine pena mai» da ogni latitudine: la tormentata storia parlamentare della sua mancata abrogazione; le sue progressive erosioni ad opera della giurisprudenza costituzionale e convenzionale; i costi esistenziali di una pena perpetua; la sua diffusione nel mondo; le possibili alternative sanzionatorie. Unitamente alla ricognizione delle sue reali dimensioni numeriche e della giurisprudenza in tema di liberazione condizionale, il volume offre così al dibattito pubblico elementi tali da sradicare la (falsa, ma diffusa) convinzione che in Italia, de jure o de facto, l’ergastolo non esista. In Appendice, scritti (di Papa Francesco, Aldo Moro, Salvatore Senese, Aldo Masullo) che, più e meglio degli altri, mostrano come la pena fino alla morte sia l’ambiguo luogotenente della pena di morte.
  • A distanza di un decennio dal pionieristico volume Contro l’ergastolo (che inaugurava la collana delle pubblicazioni de La Società della Ragione) e all’indomani dell’ord. n. 97/2021 della Corte costituzionale, si impone una rinnovata riflessione critica su tutte le modalità di detenzione a vita. Lo fa il presente volume, guardando al «fine pena mai» da ogni latitudine: la tormentata storia parlamentare della sua mancata abrogazione; le sue progressive erosioni ad opera della giurisprudenza costituzionale e convenzionale; i costi esistenziali di una pena perpetua; la sua diffusione nel mondo; le possibili alternative sanzionatorie. Unitamente alla ricognizione delle sue reali dimensioni numeriche e della giurisprudenza in tema di liberazione condizionale, il volume offre così al dibattito pubblico elementi tali da sradicare la (falsa, ma diffusa) convinzione che in Italia, de jure o de facto, l’ergastolo non esista. In Appendice, scritti (di Papa Francesco, Aldo Moro, Salvatore Senese, Aldo Masullo) che, più e meglio degli altri, mostrano come la pena fino alla morte sia l’ambiguo luogotenente della pena di morte.
  • La figura della donna privata della protezione del proprio Stato, in cerca di asilo in un altro paese, non è una novità del nostro tempo. Molte donne nel corso della storia hanno fatto esperienza dell’esilio, e grandi pensatrici del Novecento come Hannah Arendt, Simone Weil, María Zambrano, Ágnes Heller hanno scritto opere di speciale originalità e profondità sulla condizione degli sradicati e dei senza Stato. Caratteristica del presente è la dimensione massiva delle migrazioni forzate femminili, a cui il diritto dei rifugiati, a settant’anni dall’approvazione della Convenzione di Ginevra, ancora stenta a offrire risposte adeguate. La figura della rifugiata mette in crisi concetti consolidati, come quelli di Stato, nazione, cittadinanza, e rappresenta in sé una critica alle norme che sovraintendono all’accoglienza e protezione di chi chiede asilo. Il libro indaga quindi la condizione delle «donne senza Stato» attraverso gli strumenti della teoria politica e del diritto internazionale, discipline che fino ad oggi troppo poco si sono interrogate sulla profondità della sfida che questa prospettiva comporta per le categorie giuridiche e politiche tradizionali. Per restituire vitalità all’istituto della protezione internazionale, in una congiuntura connotata dal rafforzarsi di tendenze repressive e autoritarie, che avanzano norme discriminatorie nei confronti delle donne e mettono al bando la prospettiva di genere nella ricerca così come nella politica, appare imprescindibile ricentrare il discorso pubblico sull’asilo partendo dall’esperienza femminile e dalla consapevolezza che ne deriva: non esiste un paese «sicuro» per le donne.
    • Il volume raccoglie i documenti e il dibattito del XVIII Congresso nazionale della CGIL, tenutosi a Bari dal 22 al 25 gennaio 2019: 61 interventi svolti in quattro giornate di intenso lavoro alla presenza di una platea composta da 868 delegate e delegati, 1.500 invitati e un centinaio di ospiti internazionali provenienti da 40 Paesi, per un totale di circa 3 mila presenze.
    • Oltre agli interventi dei delegati (tutti puntualmente raccolti nel volume), sulla relazione svolta dal segretario generale uscente Susanna Camusso, si sono confrontati Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi, i due segretari generali di Cisl e Uil, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, Rudy De Leeuw, presidente della Confederazione europea dei sindacati, e Ayuba Wabba, presidente della Confederazione internazionale dei sindacati.
    • Nel libro trovano anche collocazione l’intervento in qualità di ospite di Neri Marcorè, attore e conduttore televisivo, il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i saluti ai partecipanti alle assise di Antonio Decaro, sindaco di Bari, e Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia.
    • Il saluto di commiato di Susanna Camusso e le conclusioni del neoeletto segretario generale Maurizio Landini completano la discussione nazionale raccolta nel volume, che – insieme agli organismi statutari eletti dal Congresso – contiene anche il testo dei documenti approvati, e cioè: - Il documento conclusivo del Congresso; - Gli ordini del giorno approvati; - Lo Statuto e il Codice etico della CGIL.
    • In allegato al volume è riportato il Regolamento congressuale.
  • La figura della donna privata della protezione del proprio Stato, in cerca di asilo in un altro paese, non è una novità del nostro tempo. Molte donne nel corso della storia hanno fatto esperienza dell’esilio, e grandi pensatrici del Novecento come Hannah Arendt, Simone Weil, María Zambrano, Ágnes Heller hanno scritto opere di speciale originalità e profondità sulla condizione degli sradicati e dei senza Stato. Caratteristica del presente è la dimensione massiva delle migrazioni forzate femminili, a cui il diritto dei rifugiati, a settant’anni dall’approvazione della Convenzione di Ginevra, ancora stenta a offrire risposte adeguate. La figura della rifugiata mette in crisi concetti consolidati, come quelli di Stato, nazione, cittadinanza, e rappresenta in sé una critica alle norme che sovraintendono all’accoglienza e protezione di chi chiede asilo. Il libro indaga quindi la condizione delle «donne senza Stato» attraverso gli strumenti della teoria politica e del diritto internazionale, discipline che fino ad oggi troppo poco si sono interrogate sulla profondità della sfida che questa prospettiva comporta per le categorie giuridiche e politiche tradizionali. Per restituire vitalità all’istituto della protezione internazionale, in una congiuntura connotata dal rafforzarsi di tendenze repressive e autoritarie, che avanzano norme discriminatorie nei confronti delle donne e mettono al bando la prospettiva di genere nella ricerca così come nella politica, appare imprescindibile ricentrare il discorso pubblico sull’asilo partendo dall’esperienza femminile e dalla consapevolezza che ne deriva: non esiste un paese «sicuro» per le donne.
  • CM 3-2021

    12.00 

    Editoriale

    • Aldo Tortorella, La missione della scienza e quella della politica

    Osservatorio

    • Bernardino Fantini, Covid-19: la rivoluzione dei vaccini e il diritto globale alla salute
    • Piero Di Siena, Draghi: scelta per l’emergenza o svolta dirigista per il Paese?
    • Romeo Orlandi, Tra Cina e Stati Uniti negotiation forever
    • Luiz A. M. Macedo, Capitale senza freni: il Brasile dopo il golpe del 2015-2016
    • Francesca Re David, Fare sindacato quando la politica dimentica il lavoro
    • Francesco Garibaldo, I valori (antichi) di una sinistra moderna

    Un articolo sconosciuto di Gramsci sul fascismo del 1922

    • Guido Liguori, Natalia Terekhova, Gramsci, il Pcd’I e la “Marcia su Roma”. Su uno scritto sconosciuto del ’22
    • L’articolo di Gramsci sulla «Pravda» del 7 novembre 1922

    Laboratorio culturale

    • Aldo Garzia, Che Guevara, discussione e ricerca da riaprire
    • Mattia Gambilonghi, Contraddizioni del capitalismo maturo e ingovernabilità in Claus Offe

    Mezzo secolo con «il manifesto»

    • Alberto Olivetti, Il tempo dei rabdomanti
    • Vincenzo Vita, Quando il comunismo non è un’opinione

    Schede critiche

    • Massimiliano Biscuso, Gramsci, un autore da «decifrare»
  • Questa pubblicazione nasce dall’esigenza di proseguire, dopo il manuale Contrattare l’innovazione digitale, l’analisi della rivoluzione digitale in atto. L’intelligenza artificiale è la tecnologia più sfidante per l’essere umano; mette in discussione il suo primato, la capacità di ragionare, inventare, trovare soluzioni. A seconda di come sarà utilizzata, potrebbe rivelarsi strumento di liberazione o di oppressione delle persone, nel mondo del lavoro, ma anche nella vita quotidiana, per questo il sindacato ha l’obbligo di contrattare nuove tutele e immaginare spazi di contrattazione collettiva. Il Manuale è un lavoro plurale. Per realizzarlo, la Cgil ha messo in campo competenze diverse, dall’Ufficio Progetto Lavoro 4.0 all’Area delle Politiche europee ed Internazionali, all’Area del Mercato del Lavoro e Contrattazione. Nel volume ci sono esempi per spiegare le diverse applicazioni dell’IA, una lettura della situazione internazionale, un approccio alla contrattazione e alla normativa vigente, un glossario per leggere il fenomeno, infografiche per semplificare la lettura.

    Hanno lavorato alla realizzazione del manuale:

    • Andrea Allamprese, professore associato di Diritto del lavoro presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia; collabora con l’Ufficio Giuridico e con l’Area Politiche Europee e Internazionali della CGIL
    • Giulia Barbucci, vicepresidente con delega al Bilancio del Comitato Economico e Sociale Europeo; componente del Comitato Esecutivo della CES e del suo Comitato Donne
    • Susanna Camusso, responsabile Politiche di Genere e Politiche Europee ed Internazionali della CGIL
    • Silvana Cappuccio, Politiche Europee ed Internazionali della CGIL; componente Consiglio d’Amministrazione ILO
    • Monica Ceremigna, responsabile della Progettazione Europea della CGIL
    • Alessio De Luca, nato a Roma nel 1972, in Cgil Nazionale è responsabile della Riconversione green e della Ricerca dell’Area delle Politiche per lo Sviluppo ed è coordinatore di Idea Diffusa per l’Ufficio ProgettoLavoro 4.0. Precedentemente è stato il coordinatore dell’Emittenza pubblica e privata in Slc Cgil Nazionale. Ha iniziato l’attività sindacale come Rsu in Almaviva Contact Roma nel 2000.
    • Cinzia Maiolini, nata a La Spezia nel 1968. Già Segretaria generale del Sindacato Lavoratori della Comunicazione (Slc) a La Spezia e poi a Torino, dal 2013 è Segretaria nazionale della Slc-Cgil con delega sull’Area Servizi Postali e sull’Area Multimediale (industria, editoria, emittenza). Dal 2019 è responsabile dell’Ufficio Lavoro 4.0 della Cgil Nazionale.
    • Massimo Mensi, presidente nazionale di APIQA (Associazione generale Quadri, Professionisti e Alte Professionalità) della CGIL; collabora con l’Area Politiche Europee e Internazionali della CGIL ed è componente dell’Osservatorio Europeo delle Economie di Piattaforma in seno alla CES
    • Tania Scacchetti, Segretaria confederale della CGIL con deleghe a Contrattazione - Mercato del Lavoro
    • Cristian Sesena, coordinatore Area Contrattazione - Mercato del Lavoro della CGIL
  • Questa pubblicazione nasce dall’esigenza di proseguire, dopo il manuale Contrattare l’innovazione digitale, l’analisi della rivoluzione digitale in atto. L’intelligenza artificiale è la tecnologia più sfidante per l’essere umano; mette in discussione il suo primato, la capacità di ragionare, inventare, trovare soluzioni. A seconda di come sarà utilizzata, potrebbe rivelarsi strumento di liberazione o di oppressione delle persone, nel mondo del lavoro, ma anche nella vita quotidiana, per questo il sindacato ha l’obbligo di contrattare nuove tutele e immaginare spazi di contrattazione collettiva. Il Manuale è un lavoro plurale. Per realizzarlo, la Cgil ha messo in campo competenze diverse, dall’Ufficio Progetto Lavoro 4.0 all’Area delle Politiche europee ed Internazionali, all’Area del Mercato del Lavoro e Contrattazione. Nel volume ci sono esempi per spiegare le diverse applicazioni dell’IA, una lettura della situazione internazionale, un approccio alla contrattazione e alla normativa vigente, un glossario per leggere il fenomeno, infografiche per semplificare la lettura.  

    Hanno lavorato alla realizzazione del manuale:

    • Andrea Allamprese, professore associato di Diritto del lavoro presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia; collabora con l’Ufficio Giuridico e con l’Area Politiche Europee e Internazionali della CGIL
    • Giulia Barbucci, vicepresidente con delega al Bilancio del Comitato Economico e Sociale Europeo; componente del Comitato Esecutivo della CES e del suo Comitato Donne
    • Susanna Camusso, responsabile Politiche di Genere e Politiche Europee ed Internazionali della CGIL
    • Silvana Cappuccio, Politiche Europee ed Internazionali della CGIL; componente Consiglio d’Amministrazione ILO
    • Monica Ceremigna, responsabile della Progettazione Europea della CGIL
    • Alessio De Luca, nato a Roma nel 1972, in Cgil Nazionale è responsabile della Riconversione green e della Ricerca dell’Area delle Politiche per lo Sviluppo ed è coordinatore di Idea Diffusa per l’Ufficio ProgettoLavoro 4.0. Precedentemente è stato il coordinatore dell’Emittenza pubblica e privata in Slc Cgil Nazionale. Ha iniziato l’attività sindacale come Rsu in Almaviva Contact Roma nel 2000.
    • Cinzia Maiolini, nata a La Spezia nel 1968. Già Segretaria generale del Sindacato Lavoratori della Comunicazione (Slc) a La Spezia e poi a Torino, dal 2013 è Segretaria nazionale della Slc-Cgil con delega sull’Area Servizi Postali e sull’Area Multimediale (industria, editoria, emittenza). Dal 2019 è responsabile dell’Ufficio Lavoro 4.0 della Cgil Nazionale.
    • Massimo Mensi, presidente nazionale di APIQA (Associazione generale Quadri, Professionisti e Alte Professionalità) della CGIL; collabora con l’Area Politiche Europee e Internazionali della CGIL ed è componente dell’Osservatorio Europeo delle Economie di Piattaforma in seno alla CES
    • Tania Scacchetti, Segretaria confederale della CGIL con deleghe a Contrattazione - Mercato del Lavoro
    • Cristian Sesena, coordinatore Area Contrattazione - Mercato del Lavoro della CGIL
  • Dopo 17 anni di pubblicazione, il Rapporto sui diritti globali cresce ed evolve, con l’edizione principale che diventa internazionale, viene pubblicata anche in lingua inglese e si focalizza sui diritti umani e sulla lotta contro l’impunità, a partire dalla collaborazione con l’Association Against Impunity and for Transitional Justice (AITJ), che lo promuove.
     
    Quella dei diritti umani e dell’impunità è questione oggi resa più centrale dalla crisi del multilateralismo e dal dilagare aggressivo di nazionalismi e populismi, che stanno implicando un progressivo svuotamento della democrazia e dei suoi istituti, un indebolimento del diritto internazionale e dei suoi strumenti, pericolosi disequilibri a livello globale. Ne è derivato, e lo vediamo tragicamente tutti i giorni, un dilagare di crimini di guerra, di aggressioni territoriali, di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali della persona, di repressioni sempre più generalizzate e ingiustificate nei confronti di cittadini e di interi popoli, spesso nell’impotenza di istituzioni sovranazionali. Assieme, vediamo approfonditi altri crimini che violano e compromettono diverse sfere di diritti altrettanto fondamentali, che riguardano le comunità e non solo gli individui, come quelli ambientali, economici, sociali. Crimini di sistema, dei quali nessuno si sente responsabile, ma che sono invece prodotti da precise scelte politiche, economiche, di governo.
     
    Il 2020, con la pandemia di Covid-19, ha portato e sta residuando un drastico peggioramento nei diritti e nelle libertà, così come nella condizione sociale ed economica di milioni di cittadini in molte parti del mondo e ha mostrato con maggior evidenza la pericolosa vulnerabilità del sistema democratico e dello Stato di diritto. La necessità di profondi cambiamenti e di radicali inversioni di rotta è ora più urgente e deve riuscire a imporsi, costruendo maggiore consapevolezza sociale e responsabilità pubblica. Il Rapporto sullo Stato dell’impunità nel mondo è un contributo in questa direzione vitale per le persone e per l’intero Pianeta, per realizzare giustizia e costruire diritti globali.
  • Sull’onda degli effetti esplosivi di una crisi economica e sociale ormai più che decennale, il tema della povertà è tornato al centro del discorso pubblico e della produzione culturale. Il successo recente di film come Joker o Parasite sta lì a testimoniarlo. Contestualmente, e in parte indipendentemente, un’altra crisi ha investito il piano politico e simbolico. Il vocabolario politico otto-novecentesco sembra non far più presa su una realtà radicalmente trasformata: così, da più parti, si invoca la sostituzione del concetto di classe con quello di popolo, e conseguentemente dell’opposizione orizzontale destra/sinistra con quella verticale alto/basso. Una tale operazione, solo apparentemente plausibile, risulta tuttavia, a uno sguardo più attento, intimamente problematica e logicamente aporetica. Chi è in basso, e chi in alto? Il «basso» può davvero parlare? E in caso, che valore si deve assegnare alla sua parola? Obiettivo di questo volume è usare la categoria di povertà come grimaldello per esporre e far saltare queste aporie. A questo scopo, vengono qui riuniti i contributi di cinque giovani ricercatrici e ricercatori, tutti provenienti da prospettive disciplinari differenti: diritto, sociologia, etnografia, filosofia politica, critica letteraria. La scommessa è che le questioni metodologiche diverse che il confronto con l’oggetto «povertà» pone nei rispettivi campi possano essere utilmente messe al servizio di un lavoro di concettualizzazione politica. L’analisi di singoli casi studio determina infatti, in primo luogo, un effetto di deontologizzazione: non tanto la povertà, ma i poveri. E non tanto ciò che i poveri sono, ma ciò che i poveri fanno. Nel libro sarà cioè questione di pratiche, e non di essenze. Di qui un ulteriore risultato: mostrare come i confini tra i poveri e «noi» siano molto più labili di quel che si crede. E come, dunque, la categoria di povertà possa rivelarsi l’indice di una nuova politica dell’emancipazione.
  • L’evoluzione dell’imposizione Irpef in Italia non ha avuto le stesse conseguenze per tutte le classi di reddito. Si può individuare una traiettoria in riduzione per i redditi bassi come per quelli molto alti. Per i redditi medi da lavoro, invece, l’imposizione diretta sul reddito è cresciuta dal 7,2% del 1974 fino all’attuale aliquota attorno al 20%. Se si considerano anche i redditi esenti Irpef e tassati separatamente, per i top incomers si arriva ad aliquote paragonabili a quelle che si applicano a redditi da lavoro medio-alti. Alcuni interventi da porre in atto nella prossima riforma fiscale non sono rinviabili, specie in relazione alla base imponibile.
  • Questo articolo presenta i risultati di una ricerca qualitativa che ha inteso esplorare il ruolo e le funzioni del servizio sociale nell’ambito delle cure palliative in Italia. I dati raccolti attraverso interviste semi-strutturate evidenziano la complessità dell’esercizio del ruolo, all’interno di contesti organizzativi orientati da assunti più vicini ad una cultura della medicina tradizionale e influenzati da una logica economica, in cui l’orientamento al contenimento dei costi rischia di oscurare il valore della relazione e della cura. La discussione dei risultati è utile a riflettere sul posizionamento del servizio sociale nei servizi per la salute, e consente di evidenziare criticità e nuove possibilità per le attuali politiche sociali e sanitarie.
  • Il contributo ha l’obiettivo di analizzare i vantaggi e i possibili rischi associati all’uso di algoritmi per poter accedere a sempre più servizi in campo sociale. Da un lato si sostiene che gli algoritmi siano sempre più incomprensibili, anche agli stessi progettisti, perché l’algoritmo iniziale diventa altro da sé in seguito ai processi di machine learning. Alcuni autori sostengono che stiamo assistendo alla nascita di un nuovo ordine capitalista basato sulla sorveglianza digitale e che siamo passati a una condizione di cultura della sorveglianza. Alston (2019) parla di «welfare state digitale» per riferirsi ai tentativi di rendere più efficienti e mirati i servizi prestati, mentre da più parti si richiama il rischio di minare ulteriormente i diritti dei già emarginati, esacerbando la disuguaglianza e la discriminazione, anziché attenuarle – come spesso è suggerito dai fautori dell’estensione dell’automazione anche alle politiche di welfare. Basti pensare al caso PredPol, un software nato con il proposito di prevenire la criminalità perché – si sostiene – in grado di prevedere il comportamento criminale, mentre non fa altro che procedere per inferenza a partire dai dati già in possesso della polizia locale (con tutti i problemi legati alla sovra- o sotto-rappresentazione di alcune categorie sociali nelle statistiche sulla criminalità).