• CM N. 5-6/2025

    15.00 
    Lettera alle lettrici e ai lettori
    • Alberto Leiss, Guido Liguori, Verso la “terza serie” di «Critica Marxista»
    Osservatorio
    •  Luigi Ferrajoli, Per un costituzionalismo globale
    • Vincenzo Vita, Il potere senza contropoteri: assoluto, segreto, artificiale
    • Piero Di Siena, Il progetto strategico della destra italiana e la debolezza della sinistra
    • Massimo Cavallini, Da “Monroe” a “Donroe”, l’imperialismo Usa ai tempi di Trump
    • Stefano Rizzo, Dove andranno gli Stati Uniti nel 2026
    • Romeo Orlandi, West and the rest. Molto di nuovo sul fronte orientale
    • Riccardo Cristiano, Iraq, Siria e Libano: il futuro lo indica la dimenticata Antiochia?
    • Stefano Manservisi, Mario Pezzini, Relazioni internazionali, politica di sviluppo e ruolo dell’Europa
    La lezione di Aldo Tortorella
    •  Fabio Minazzi, Aldo Tortorella, un politico banfiano
    • Federico Micari, «Sulla svolta della Bolognina» e sull’avere «un punto di vista comunista». Intervista ad Aldo Tortorella
    • Federico Micari, Il metodo e la passione. Ricordo di Aldo Tortorella
    Laboratorio culturale
    • Paolo Desogus, Le ceneri del Pci. Pasolini, Togliatti e la politica come passione
    • Martín Cortés, L’ossessione per Gramsci nella destra argentina
    • Christos Bintoudis, Una giovane studiosa greca di Gramsci alla Sapienza: Mirsini Zorba (1973-1975)
    • Antonio Viteritti, Gramsci nell’antropocene. Rivoluzione passiva e crisi climatica
    • Mauro Munzi, Il general intellect al tempo della intelligenza artificiale
    • Lorenzo Serra, Tra esistenzialismo e marxismo. Un dialogo sulla crisi della democrazia
    • Chiara Meta, Femminismo e Pci: alla ricerca di una politica come «arte della gioia» 
    Schede critiche
    • Massimiliano Biscuso, Leopardi: corpo a corpo con la modernità
    • Mihaela Ciobanu, Eleanor Marx e la libertà femminile
    • Antonio Di Meo, Cesarismo e bonapartismo in Gramsci
    • Camilla Sclocco, Gramsci e il rinnovamento del marxismo
    • Gioia De Laurenziis, Il tema della traducibilità in Gramsci
    • Guido Liguori, Gramsci e l’educazione in Italia e America Latina
    • Antonio Di Meo, Una biografia di Togliatti
    • Celeste Costantino, Ripensando l’autobiografia di Althusser
    • Sebastián Gómez, Politica e pedagogia: il caso del Pci (1975-1980)
    • Guido Liguori, I carteggi di Paolo Spriano
    • Fabio Vander, La sinistra e la povertà
    • Alberto Leiss, Ingrao e Lolini. L’azzardo della parola
  • La disparità di genere è una delle forme più radicate e diffuse di disuguaglianza; in Italia le donne subiscono ancora discriminazioni economiche, lavorative e sociali. Ma cosa accade a questo genere già così vessato quando invecchia? Quando le donne superano il turning point della menopausa? Questo studio, il primo in Italia ad affrontare in modo organico la questione, propone una riflessione inedita e divertente. Con uno stile insieme colto e ironico, Eleonora Pinzuti e Patrizia Fistesmaire indagano il fenomeno da due prospettive complementari: da un lato spiegando cosa accade, offrendo dati, analisi epidemiologiche e testimonianze sulla violenza contro le donne “grandi”; dall’altro raccontando perché accade, risalendo alle radici letterarie, filosofiche e mediatiche di una ingiustizia millenaria. Insieme, tracciano un percorso possibile per trasformare “l’età grande” in una grande età, cambiando percezioni, costumi e libertà. Con la prefazione di Graziella Priulla, arricchito da didascalie introduttive e box di auto-interrogazione, questo testo a due voci si propone come un tassello essenziale del pensiero femminista contemporaneo e uno strumento necessario per un Paese che invecchia e che ha nelle sue donne grandi il motore non del passato, ma del futuro.
  • RPS N. 3/2025

    22.00 
    Pensioni. A 30 anni dalla legge 335/1995
    • I problemi aperti del contributivo
    • Disagio abitativo e politica per la casa
    • Transizione e nuovo patto sociale
    • La regolazione della finanza sostenibile in Europa
     
  • Per il sistema previdenziale italiano il 2025 rappresenta un anniversario: è il trentennale della riforma pensionistica del 1995, che ha introdotto il sistema contributivo (legge 8 agosto 1995, n. 335). I problemi che erano all’origine di quel cambiamento sono stati risolti? Il sistema è in equilibrio e potrà avere un futuro anche per i giovani? Oppure è l’istituto stesso della pensione nella sua accezione storica che oggi rischia di essere rimesso in discussione dalla profonda e forse epocale trasformazione del mercato del lavoro? Alla domanda che si faceva in passato «avremo mai una pensione?», cosa possono rispondere i più giovani? Per capire come stanno davvero le cose abbiamo girato queste (e altre) domande a quattro protagonisti delle politiche previdenziali e studiosi della materia: Elsa Fornero, Roberto Artoni con Pia Saraceno e Felice Roberto Pizzuti. Ecco cosa ci hanno risposto in relazione alle questioni centrali della flessibilità, adeguatezza, sostenibilità ed equità del sistema e al rapporto tra sistema pubblico e previdenza integrativa.
  • L’aumento della spesa sociale, soprattutto pensionistica, e il suo impatto sul debito pubblico tendono a spostare l’attenzione dall’efficacia e dall’equità dei modelli di protezione sociale alla loro sostenibilità finanziaria. Le dinamiche demografiche e l’invecchiamento della popolazione, sono diventate un tema centrale nel dibattito politico e tecnico, poiché tendono ad aumentare la quota di reddito da destinare alle pensioni, con conseguenze fiscali, politiche e sociali rilevanti. Per analizzare questa evoluzione, i paesi europei utilizzano un indicatore comune di sostenibilità, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil. Molte analisi cercano di prevederne l’andamento nel lungo periodo attraverso modelli di proiezione che includono variabili demografiche, macroeconomiche, del mercato del lavoro e i cambiamenti normativi. L’articolo si concentra su questi modelli di simulazione e mette in evidenza come la fissazione di un limite massimo al rapporto spesa pensionistica/Pil implichi scelte di distribuzione del reddito che riflettono inevitabilmente giudizi di valore. Inoltre, mentre i modelli di proiezione possono essere considerati strumenti utili per stimare gli effetti di lungo periodo delle politiche pensionistiche, essi non possono però essere presi a riferimento in modo del tutto vincolante, a causa di alcune intrinseche debolezze metodologiche e per le incertezze nella previsione a lungo termine di variabili cruciali.
  • Il sistema italiano di welfare è incentrato su trasferimenti monetari. Un unico istituto, l’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), gestisce la quasi totalità delle pensioni e degli altri trasferimenti, sia di carattere previdenziale che assistenziale. Il bilancio dell’Inps è enorme: nel 2024 ha erogato prestazioni per 413 miliardi di euro, finanziate da 250 miliardi di entrate contributive e 180 miliardi di trasferimenti dalla fiscalità generale, secondo un modello di finanziamento mediante contributi sociali, a ripartizione, della componente previdenziale e mediante trasferimenti pubblici della spesa assistenziale. Il bilancio dell’Inps appare caratterizzato da un suo equilibrio e da meccanismi di spesa e finanziamento rodati nel tempo. Tuttavia, uno sguardo più di dettaglio fa emergere anche discrasie e incongruenze. Fra queste, l’articolo evidenzia l’erosione del principio contributivo, per cui le effettive entrate contributive sono di gran lunga inferiori alle entrate teoriche. Inoltre, emergono dinamiche divergenti a livello categoriale: l’equilibrio finanziario dell’Inps è assicurato dagli attivi generati dai parasubordinati e da una parte del lavoro dipendente privato, cui continuano, fra l’altro, ad essere richiesti contributi sociali per gli assegni familiari, senza più corrispondente prestazione; d’altra parte, il lavoro autonomo, il lavoro pubblico e alcune specifiche categorie del lavoro dipendente privato mostrano importanti deficit.
  • Negli ultimi tempi, l’indicizzazione delle pensioni si è ritagliata un posto tutto suo nel dibattito di politica economica, non solo per i picchi di inflazione raggiunti nel 2008 e soprattutto nel 2022 e 2023, ma più in generale per la consistenza che anche tassi di inflazione «normali» (inferiori o a ridosso dell’obiettivo della Bce) hanno su uno stock di spesa maturo, per la maggior parte composto da pensioni calcolate col criterio retributivo, che è la principale voce del welfare system e del bilancio pubblico e che è previsto in ulteriore crescita nel prossimo decennio. Quello dell’indicizzazione è diventato un tema dentro il tema più ampio delle pensioni, con delle specificità sue e anche delle distinte possibilità di manovra. La prima parte di questo contributo è dedicata a ripercorrere le misure che, dal 1995 a oggi, hanno riguardato le regole di indicizzazione. Successivamente, si passano a esaminare le pronunce della Corte costituzionale, dalle quali emerge una crescente consapevolezza che su questo tema il punto di Diritto non può rimanere separato da quello di Economia. Infine, si propongono brevi considerazioni per la politica economica.
  • Il contributo analizza l’evoluzione della posizione relativa di lavoratori e pensionati in Italia tra il 1977 e il 2022, in un contesto di cambiamenti demografici, riforme pensionistiche e trasformazioni del mercato del lavoro. I risultati evidenziano un’inversione strutturale di tendenza: i pensionati hanno visto crescere redditi e sicurezza economica, mentre i lavoratori – specie i più giovani – hanno sperimentato stagnazione salariale, maggiore disuguaglianza e rischio di povertà. Innestandosi nel dibattito già aperto in letteratura, lo studio sottolinea il ruolo congiunto delle riforme del sistema pensionistico e del mercato del lavoro e richiama la necessità di politiche coordinate per bilanciare sostenibilità finanziaria e adeguatezza sociale.
  • Dopo aver ragionato sul legame fra remunerazione del fattore lavoro e finanziamento del welfare pubblico e aver richiamato i tratti principali dell’evoluzione del mercato del lavoro italiano, l’articolo fa uso di evidenze raccolte in una ricerca in corso per valutare quanti fra i lavoratori e le lavoratrici entrati in attività dalla metà degli anni novanta in poi rischino di ricevere al pensionamento una prestazione di importo molto limitato qualora la loro traiettoria di carriera non evolva in modo positivo negli anni a venire.
  • L’articolo esamina la relazione tra innalzamento dell’età pensionabile, salute e disuguaglianze sociali nel contesto italiano, integrando i risultati del progetto «The health equity impact of increasing age of retirement: the contribution of Italian longitudinal studies», finanziato dal Ministero della Salute, con la letteratura nazionale e internazionale. Le evidenze prodotte dimostrano che il prolungamento della vita lavorativa può avere effetti avversi sulla salute mentale, sulla salute fisica e cardiovascolare, e sulla mortalità. Ritardare l’uscita dal lavoro tende ad amplificare rischi sanitari e disuguaglianze, colpendo in misura maggiore i lavoratori esposti a carichi fisici e psicosociali più elevati, con peggiore salute pregressa e provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati. L’analisi documenta anche l’esistenza di significativi spillover verso altri comparti dello Stato sociale, tra cui invalidità, disoccupazione e welfare familiare, che risultano anch’essi fortemente differenziati lungo il gradiente socioeconomico e contribuiscono a ridimensionare parte dei risparmi previdenziali attesi. Nel complesso, i risultati suggeriscono la necessità di riforme pensionistiche più eque e flessibili, capaci di riconoscere le differenze nella capacità lavorativa e nella salute tra gruppi sociali, e di integrare le politiche previdenziali con interventi mirati nei contesti lavorativi, nei sistemi di cura e nel sistema sanitario.
  • A partire dai Rendiconti sociali del Civ dell’Inps, l’articolo evidenzia come il divario di genere persista lungo tutto il ciclo di vita: dalle scelte educative, con una maggiore presenza femminile nei licei e in discipline umanistiche, alla fase lavorativa, dove le donne affrontano maggiore disoccupazione, contratti precari e salari più bassi, accentuati dalla maternità. Il divario si riflette poi nelle pensioni, con differenze persistenti nonostante una loro riduzione, che però è legata al calo del valore delle pensioni maschili e non alla crescita di quelle femminili. Servizi di conciliazione, congedi e sostegni economici restano insufficienti e disomogenei. Ad emergere è la necessità di politiche integrate su famiglia, lavoro e servizi per promuovere parità effettiva e coesione sociale.