• CM N. 5-6/2024

    15.00 
    Editoriale
    • Aldo Tortorella, I due dittatori 
    Osservatorio Quale mondo con Trump e Musk
    • Laura Pennacchi, Fine dell’«ordine neoliberale». Ma resilienza del neoliberismo?
    • Ida Dominijanni, Il corpo politico del leader-alfa
    • Massimo Cavallini, «Trump is back». Il lato oscuro dell’America
    • Pasqualina Napoletano, L’Europa in trappola nel disordine mondiale
    • Stefano Manservisi, Il vicino ineludibile. Una via africana per l’Europa
    • Romeo Orlandi, Trump nel puzzle asiatico. L’insostenibile pluralitàdelle scelte
    • Michele Mezza, L’I.A. bellica e l’invenzione di una nuova politica
    • Stefano Bocconetti, Che cosa insegna la «pandemia digitale» del 19 luglio 2024
    • Filippo Miraglia, Immigrazione: le leggi autoritarie del governo Meloni. E l’Europa si accoda alle destre
    • Sergio Caserta, Il centrosinistra vince due su tre, ma tutti perdono voti 
    Laboratorio culturale
    • Marco Doria, Giunte rosse: la sinistra alla prova del cambiamento
    • Amos Cecchi, Importanza e attualità del pensiero di Paul M. Sweezy
    • Giuseppe Cospito e Fabio Frosini, Gramsci e Lenin: egemonia e filosofia della praxis
    • Francesco Aqueci, Genesi e funzione dell’austerità in una recente ricostruzione storica
    • Paolo Cacciari, Il comunismo della decrescita
    • Camilla Sclocco, Filosofia e critica del capitalismo universale
    • Francesco Bugli, Ritorna «Il Capitale» di Marx: una nuova edizione per una nuova traduzione
    Schede critiche
    • Chiara Meta, Il soggetto gramsciano della politica
    • Noemi Ghetti, Dall’ampliamento delle fonti un nuovo modo di fare storia
    • Alexander Höbel, L’avvento del fascismo, cent’anni dopo
    • Antonino Infranca, Critica delle democrazie occidentali
    • Piero Di Siena, Potenzialità di una cittadinanza attiva
    • Lelio La Porta, Per una società del riconoscimento
  • In Italia le disuguaglianze crescono senza sosta dagli anni novanta. Aumenta il numero di persone in povertà, assoluta e relativa, e allo stesso tempo aumenta il numero dei miliardari. Ma le disuguaglianze non sono soltanto di natura economica, patrimoniale o retributiva. Disuguaglianze significative, infatti, si registrano anche nell’accesso allo studio e ai saperi, all’energia, alle cure mediche, nelle condizioni ambientali di vita e di lavoro, nella quantità e qualità del tempo libero e in altre dimensioni ancora. Le disuguaglianze, soprattutto, non sono solo una questione di quantità e gli indicatori numerici, per quanto indispensabili e preziosi, non riescono da soli a rappresentare la complessità di questi fenomeni. E le conseguenze non ricadono solo sulle per sone e le famiglie che le vivono o le subiscono, ma hanno ripercussioni economiche e sociali sull’intero sistema paese. Il presente volume, frutto del lavoro dei ricercatori della Fonda zio ne Giuseppe Di Vittorio e dell’Istituto di Studi Politici «S. Pio V», intende trattare il tema tanto sul piano economico quanto su quello sociologico, storico, filosofico, dando rilevanza alla dimensione quantitativa usando i dati come mezzo e non come fine e inserendola in una sfera ben più ampia, di natura prevalentemente politica. A partire da una lettura storica che utilizza come filo conduttore i tre eventi giubilari degli ultimi cinquant’anni (1975-2000-2025), e passando per una rigorosa analisi dei dati, il volume avanza alcune proposte con l’ambizione di contribuire al dibattito su come dare corpo e sostanza alla «speranza» di migliorare l’esistente.
  • Ripubblicare il libro Le tre vite di Nella è un’idea nata dalle lavoratrici e dai lavoratori, incantati dal ricordo di Nella grazie all’iniziativa a lei dedicata lo scorso marzo. I racconti delle sue azioni straordinarie e dei suoi momenti più intimi hanno svelato una Nella amata e viva nelle testimonianze di chi ha condiviso anche solo un piccolo pezzo della sua esistenza, restando pro-fondamente colpito. Ripubblicare il libro, dandogli un’altra vita – forse la quarta vita di Nella – è un’iniziativa d’amore per lei, ma anche per noi, per come eravamo e per come siamo ora. I nostri più sinceri ringraziamenti vanno a chi porta Nella nel cuore. Ringraziamo inoltre le compagne e i compagni degli archivi storici della Cgil Nazionale e di Milano per la collaborazione, il compagno Salvatore Ba-rone per il materiale fotografico inedito e il compagno Bruno Ravasio per il suo contributo straordinario che troverete all’interno del libro. Luisa Perego Segretaria generale Filctem Cgil Lombardia
  • Reclutare manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento. È questo, in termini di legge, il caporalato. Una parola che sembra riportare tristemente indietro le lancette dei diritti dei lavoratori. In particolare, quando tra le sue pieghe, a fianco di interessi leciti, operano e prosperano attori illegali, le organizzazioni criminali in primis. La flessibilità del lavoro, il contenimento dei costi, la disponibilità di manodopera a basso costo, specialmente di origine immigrata, hanno riportato in auge un meccanismo di sfruttamento lavorativo che si pensava superato in se guito alle lotte e alle conquiste dei lavoratori. Cosa è il caporalato oggi? In quali ambiti della società alligna? Chi ne trae vantaggio? Come si può contrastarlo? Questo volume si prefigge lo scopo di fornire gli strumenti concettuali che consentano di comprendere il caporalato da una pluralità di punti di vista. I contributi di sociologi, antropologi, criminologi, attivisti, sindacalisti, magistrati rappresentano una vera e propria bussola per orientarsi all’interno del fenomeno e, conseguentemente, contrastarlo.
  • Simone Weil

    15.00 
    Il pensiero di Simone Weil si è dimostrato, in questi anni, non solo di straordinaria attualità, ma persino in grande anticipo sui tempi. Quali idee potrebbero aiutarci allora a interpretare i cambiamenti del mondo contemporaneo e prefigurare i futuri possibili? Cosa ha da dirci Simone Weil sulle trasformazioni del lavoro sotto la pressione dell’automazione tecnologica, sulle crescenti disuguaglianze sociali, sul rapporto dell’essere umano con la natura o sulle più recenti teorie filosofiche che cercano di interpretare la realtà? Quali prospettive dischiude il pensiero di Weil relativamente alle questioni del senso religioso, dell’esperienza estetica, dello statuto della soggettività umana? Questo libro è una sorta di breviario per l’umanità che si avven- tura nelle regioni inesplorate del domani, e che può trovare nelle idee di Simone Weil una guida in grado di illuminare il cammino.
  • Nel saggio si mette alla prova delle opinioni degli italiani la proposta di politica economica keynesiana con il fine di ridurre la disoccupazione mediante la creazione di un grande numero di posti di lavoro nella Pubblica amministrazione, finanziati tramite un’imposta straordinaria sulle medio-grandi ricchezze mobiliari. Il consenso, quasi plebiscitario nella prima rilevazione del 2015, diminuisce progressivamente nelle successive del 2021 e 2023, cambiandone anche la logica. Gradualmente, infatti, i gruppi socialmente deboli da favorevoli si trasformano in contrari, lanciando un chiaro segnale di sgretolamento della fiducia nella capacità e volontà dello Stato di attuare politiche economiche in favore dei cittadini. Stabile invece nel tempo la relazione positiva fra favore verso le politiche proposte e voto ai 5Stelle, al Pd (per gli elettori con più di 45 anni) e in modo più ondivago ad Azione e Italia Viva.
  • L’obiettivo di questo capitolo è fornire un’analisi empirica della relazione esistente fra variazioni del perimetro della pubblica amministrazione e crescita economica regionale, con particolare riferimento a otto Regioni d’Italia, ripartite equamente tra Nord e Sud. Viene mostrato che la riduzione della spesa per il personale della pubblica amministrazione ha contribuito a ridurre la domanda interna e il tasso di crescita della produttività del settore privato. Viene discussa l’ipotesi di attuazione di un programma di assunzioni nel pubblico impiego, relativamente soprattutto agli enti locali dell’Italia meridionale.
  • La lettura dei dati sull’occupazione nella Pubblica amministrazione italiana produce l’immagine di un apparato sottodimensionata e con problemi significativi in alcune delle aree di missione più importanti. I dati utilizzati per l’analisi nel tempo e nello spazio del quadro nazionale sono per lo più tratti da fonti ufficiali. In particolare dal Conto annuale preparato dalla Ragioneria Generale dello Stato, presso il Ministero dell’Economia e delle finanze, con le necessarie rielaborazioni. Un quadro comparato con altri paesi europei conferma la criticità del nostro sistema pubblico. Approfondimenti sono rivolti a sanità e istruzione.
  • Il saggio affronta il tema dell’organizzazione della Pubblica amministrazione (Pa), criticando tanto l’idea che l’organizzazione da sola sia elemento sufficiente per il suo rilancio, tanto quella per cui la leva organizzativa non costituisca una dimensione essenziale per la rigenerazione della Pa. L’idea-forza è che il benessere delle lavoratrici e dei lavoratori e il potere di agire sono i due elementi organizzativi che le migliori imprese private mettono al centro della gestione del personale ed è dunque paradossale che la Pa non faccia altrettanto, calibrando questi elementi sulle finalità proprie della Pa: i diritti di cittadinanza delle persone e il valore pubblico associato ai servizi erogati. Elementi e finalità, queste, negate tanto dal cosiddetto new public management quanto da una visione meccanicistica dell’organizzazione. Questa tesi viene supportata dai risultati di un’esperienza di consulenza strategica e formazione presso la Pa di una grande città italiana.
  • In Italia la Pubblica amministrazione è gravemente sottodimensionata, come risulta da confronti internazionali e da altri dati. Vengono discussi (a) la necessità di un suo consistente aumento degli addetti, (b) alcuni criteri da seguire in merito ad esso e (c) la modalità di finanziamento, consistente in una piccola imposta di solidarietà sulla ricchezza finanziaria, con aliquote progressive e quota esente.
  • QRS N. 2/2024

    22.00 
    Come cambiare la Pubblica amministrazione
    • Potere e progresso
    • La Confederazione europea dei sindacati
    • Verso un sistema di relazioni post-industriali?
  • Il contributo indaga sulle ragioni che rendono difficile una riforma in senso maggiormente universalistico del sistema di cura delle persone anziane non autosufficienti. Adottando una prospettiva di neo-istituzionalismo storico, mostra come anche quando si sono aperte possibilità di riforma, inclusa quella recente legata al Pnrr, una serie di fattori e istituzioni, a partire dall’indennità di accompagnamento e dalla diffusa presenza di un mercato irregolare della cura, ha agito da forte meccanismo di blocco.
  • La progressiva e rapida crescita della popolazione over 65, in Italia come in Europa, impone la riconsiderazione delle politiche e dei servizi dedicati espressamente a questa fascia di citta-dini/e. La non autosufficienza si pone al margine estremo di una condizione di difficoltà di movimento o di ridotta autonomia che riguarda comunque una parte consistente degli an-ziani. Il contributo evidenzia come le misure attualmente previste dal nostro sistema di wel-fare, in gran parte sostegni monetari, faccia sì che molti dei fabbisogni assistenziali siano coperti dalle famiglie. Un modello di welfare familiare e privato che, sebbene si sia dimostrato efficace, ancorché sostenuto prevalentemente dalle donne, oggi mostra limiti evidenti. Negli anni si sono susseguiti e sviluppati numerosi interventi, l’Italia si è dotata di un Fondo per la non autosufficienza, ma la complessità della governance del sistema e le differenze territoriali sono rimaste una costante del nostro paese. Con il Pnrr e dopo una lunga battaglia delle organizzazioni sindacali, in particolare di quelle dei pensionati, si è raggiunto un obiettivo importante con la legge 33 del 2023 «Deleghe al Governo in ma-teria di politiche in favore delle persone anziane», un disegno di legge che contiene criteri e princìpi che devono essere seguiti per configurare il futuro assetto dell’assistenza sociale sanitaria e socio-sanitaria per le persone non autosufficienti in tutta Italia. I limiti, so-prattutto riferiti alla mancanza di risorse, del primo decreto attuativo della delega, l’as-senza di una riflessione e valorizzazione del lavoro di cura che rimane poco valorizzato socialmente ed economicamente, la crescita dei bisogni devono costituire per il sindacato un grande terreno di azione politica, vertenziale e negoziale, nella consapevolezza che dal miglioramento delle risposte per le persone non autosufficienti passa la qualità della vita delle intere comunità.
  • Il contributo sottolinea come la riforma della presa in carico delle persone non autosufficienti debba fondarsi sul principio per cui quella anziana è una stagione attiva socialmente, econo-micamente e culturalmente. È anche la stagione in cui molte persone si ammalano e spesso diventano dipendenti dall’assistenza e dall’aiuto degli altri. È proprio nel momento in cui la persona anziana, per le sue condizioni fisiche e mentali, diviene persona disabile che appare della massima importanza poter disporre di un unico sistema integrato che sia capace di garantire a tutte le persone non autosufficienti, disabili e anziani disabili, le più accessibili e idonee forme per la valutazione e la presa in carico, con una innovativa capacità di valoriz-zazione del contesto di vita domiciliare e la promozione degli interventi necessari a scongiurare il rischio di isolamento e confinamento nel rispetto delle differenze che ciascuna situazione presenta. Dopo aver approfondito i punti qualificanti che uniscono i differenti progetti e pro-poste degli ultimi venti anni, il contributo evidenzia le criticità dello schema di legge recante deleghe al governo in materia di politiche in favore delle persone anziane n. 3372023 e del d.lgs. n. 28/2024.
  • La virtù più attuale di Franco Basaglia, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, è il coraggio di opporsi all’establishment e non soltanto a quello della psichiatria ma anche a quello della ideologia medica. Questa opposizione è fatta di pratiche trasfor-mative concrete e di complesse analisi teoriche e ha permesso all’Italia di chiudere i mani-comi e creare un’assistenza basata sulla dimensione psicosociale della malattia mentale più che su quella psichiatrica. La rottura pratica ed epistemologica operata da Basaglia va ben oltre le istituzioni della medicina e si estende a tutte le istituzioni che opprimano, che tolgano diritti e neghino la soggettività: carceri, istituzioni per anziani e spesso anche gli universi istituzionali della giustizia e della educazione. Basaglia esige e, là dove opera, realizza non una società senza diversi, ma una società diversa, permeata da un forte senso di cittadinanza e democrazia. La sintesi fra l’umanesimo derivatogli dalla fenomenologia e dall’esistenzialismo e l’ade-sione alla visione gramsciana delle disuguaglianze sociali ed economiche fa di Basaglia un gigante del pensiero scientifico e politico del Novecento.
  • Le politiche sociali costituiscono un importante caso di studio per il federalismo, in quanto ambito già devoluto alla competenza regionale. L'articolo 117 della Costituzione, infatti, come riformulato nel 2001, già riconosce alle Regioni potestà legislativa esclusiva in tale campo, mentre rimane di competenza statale solo l’individuazione dei Lep, i Livelli essen-ziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. La strada per l’individuazione dei Lep nel sociale si è rivelata, tuttavia, particolarmente ardua e, in loro assenza, il sistema dei servizi sociali si è sviluppato poco e con pronunciate differenze territoriali. D’altra parte, la leva finanziaria, rappresentata dal riparto dei, pur limitati, fondi nazionali destinati al sociale, ha costituito l’unico strumento per assicurare un qual-che minimo coordinamento dei servizi a livello nazionale. Eppure, l’esempio delle politiche sociali sembra ignorato dalla legge 86/2024 sull’autonomia differenziata ed esse rischiano addirittura di essere vittime della nuova legge. La situazione venutasi a creare ha, infatti, già portato al blocco dell’iter dei decreti di individuazione dei Lep nel sociale, previsti dalla legge di bilancio 2022, mentre la possibilità che vengano cancellati o devoluti i fondi sociali nazionali genera preoccupazione per la tenuta complessiva del sistema.
  • Nell’ambito delle cosiddette aree interne italiane, esistono numerosi casi caratterizzati da tentativi strategici fallimentari e di opportunità mancate. Un esempio di questo genere riguarda il territorio dell’ex indotto minerario di Cabernardi-Percozzone, collocato all’in-terno dell’Alta Valle del Cesano, area interna a confine tra le province di Ancona e Pesaro-Urbino. Questo lavoro si prefigge l’obiettivo di una ricostruzione delle diverse pa-rabole socio-economiche che questa particolare area, che si trova al di fuori del dibattito e dell’interesse politico, ha avuto negli ultimi cento anni. Il fine è quello di dimostrare come questo territorio, in cui sono presenti diverse risorse infrastrutturali e socio-comunitarie residuali, non sia riuscito a ingenerare un mutamento rispetto alla stasi degli ultimi de-cenni, in particolare nei settori appartenenti alla cosiddetta economia fondamentale (wel-fare, ma anche produzione e distribuzione di beni e servizi «fondamentali»), né tanto meno nel rinnovamento dal punto di vista della cittadinanza sociale e dei soggetti che potrebbero farsene carico.
  • L’articolo contribuisce alla letteratura sulle aree interne con un’analisi delle politiche per la resilienza dei territori partendo dal caso di Piombino, città siderurgica della costa to-scana interessata da un processo di deindustrializzazione, ormai in atto da più di un trentennio, che ha trasformato uno dei motori dello sviluppo regionale in un’area margi-nale. Tramite l’utilizzo di uno studio di caso longitudinale, l’articolo mostra che non esiste un automatismo tra deindustrializzazione e declino. Piombino è un esempio di strategie di policy che non hanno innescato processi di crescita economica e sociale basati su un modello di sviluppo diverso da quello della grande industria e, al contrario, hanno portato la città ai margini. L’articolo mostra come una serie di criticità nella governance locale e sovralocale e nelle politiche adottate in due giunture critiche per lo sviluppo dell’area hanno accelerato il passaggio della città da polo ad area marginale: la tempistica degli interventi implementati, il policy mix degli strumenti adottati, la presenza di attori che hanno agito secondo una logica estrattiva delle risorse locali, la mancanza di condizionalità negli stru-menti di policy nazionali e la fragilità degli interventi basati sul rafforzamento delle con-nessioni tra attori locali e sovralocali.
  • Negli ultimi anni, specialmente dopo la pandemia da Covid-19, è emerso un rinnovato interesse per la montagna italiana come luogo di vita e lavoro, attrattivo per un numero crescente di persone provenienti da aree urbano-metropolitane. Il progetto di ricerca «Mi-grazioni climatiche interne nella metromontagna italiana» (Miclimi) ha esplorato il ruolo del cambiamento climatico nel co-indurre queste forme di mobilità umana verso le «terre alte», in un contesto in cui le città della Pianura Padana affrontano effetti sempre più critici legati ai cambiamenti ambientali. I risultati qui discussi mostrano che la percezione degli impatti climatici nelle aree urbane sta alimentando una crescente domanda di spo-stamento verso le aree montane. Tuttavia, per governare in modo efficace queste «migra-zioni climatiche verticali», è necessaria una riforma delle politiche pubbliche che valorizzi la metromontanità, ovvero le connessioni tra città e montagna, garantendo lo sviluppo di infrastrutture e servizi adeguati per sostenere questi nuovi flussi migratori.
  • Questo articolo esplora le ragioni del restare dei giovani che vivono nelle aree marginali, proponendo una classificazione che sistematizza la varietà delle loro condizioni, basata sull’analisi del rapporto tra aspirazioni individuali e contesto di vita. L'obiettivo princi-pale è esaminare la scelta di rimanere in queste aree senza assumere che essa sia dovuta alla mancanza di risorse per realizzare un progetto migratorio, ma mirando altresì a sfatare le visioni romantiche che considerano il restare come una scelta avulsa dalle difficoltà dei contesti fortemente svantaggiati. L’analisi è stata condotta a partire da 30 interviste a giovani che vivono in quattro aree interne del Centro-Sud Italia, le cui storie di vita ci hanno permesso di definire sei profili di stayers: convinti, adattati, temporanei, incastrati, proattivi e acquiescenti. Oltre a si-stematizzare l’eterogeneità del fenomeno del restare nelle aree marginali e superare alcuni biases che caratterizzano la letteratura sul tema, la classificazione proposta offre spunti di riflessione per mettere a fuoco l’interazione tra disuguaglianze sociali e geografiche in Italia ed elaborare efficaci e non più procrastinabili politiche pubbliche per contesti territo-riali a crescente rischio di marginalizzazione.
  • Lo spopolamento delle aree interne del nostro paese è una questione sempre più al centro dell’attenzione delle politiche pubbliche, sia sul piano dell’analisi che su quello degli stru-menti di contrasto. Interroga sia la dimensione della gestione dei servizi pubblici locali che quella delle tendenze di welfare di lungo periodo. Un caso di particolare interesse è quello della sanità. Negli ultimi decenni la politica sanitaria ha determinato un accentramento dell’offerta sanitaria per acuti in presìdi di dimensioni medio-grandi, solitamente collocati nei maggiori poli urbani. Al contempo, la lentezza della transizione verso il potenziamento della me-dicina territoriale ha determinato un depauperamento di servizi sanitari nelle aree interne del paese. Quali sono i meccanismi che si generano tra domanda e offerta sanitaria in queste zone? Il presente lavoro tenta di rispondere a tale domanda, mostrando dapprima l’evoluzione normativa riguardante la medicina territoriale nel nostro paese e fornendo una panoramica sulla Strategia nazionale delle aree interne. Successivamente verrà illustrato il caso della regione Marche per un’analisi del rapporto tra domanda e offerta sanitaria nelle aree più periferiche della regione.
  • L’articolo si propone di entrare nel merito del dibattito sociologico ed economico sulle pro-spettive di sviluppo o declino delle aree interne, guardando alla realtà calabrese quale una delle aree più fragili del Mezzogiorno italiano. La riflessione si concentra sull’analisi delle variabili che incentivano una performance proattiva dei territori periferici rispetto all’in-tercettazione di opportunità di finanziamento e di crescita. In particolare, si analizza la propensione delle élite economico-istituzionali a fare rete e promuovere i territori. Il metodo utilizzato è di tipo quali-quantitativo. In un primo momento si è costruito un data base su dati di OpenPnrr sui comuni delle aree interne secondo la Snai 2014/2020. Successivamente, si è proceduto ad effettuare un’analisi di contenuto di 58 interviste dei sindaci dei comuni individuati. I risultati dimostrano che i territori con una presenza di società civile strutturata hanno maggiori opportunità di portare avanti progettazioni innovative e cooperative. Un tessuto civile vivo diventa un importante fattore nel disegno delle politiche locali, offrendo meccani-smi e incentivi positivi per costruire politiche innovative anche in luoghi remoti del paese.
  • L’articolo si pone l’obiettivo di evidenziare la stretta interconnessione tra le politiche per lo sviluppo e le politiche di welfare come strategie sinergiche per limitare il declino delle aree interne. Con tale finalità il lavoro ricostruisce e analizza l’innovativa esperienza della Strategia nazionale per le aree interne (Snai). Quest’ultima, attraverso l’attivo coinvolgi-mento degli stakeholders pubblici e privati operanti nelle comunità locali, supportati dall’esterno dalle Regioni e dall’Agenzia per la coesione, cerca di attivare processi di ri-lancio delle aree interne promuovendo il rafforzamento dei servizi di welfare e l’innovazione sociale. L’intero paese in generale, e il Mezzogiorno in particolare, stanno sperimentando una rapida crescita delle diseguaglianze sociali e territoriali, proiezioni di una più profonda crisi della cittadinanza sociale che ne mette a rischio la coesione interna. L’articolo argo-menta che, per arginare tale dinamica auto-espansiva, risulta sempre più necessario agire contestualmente sul fronte delle politiche per lo sviluppo locale e delle politiche di welfare, intrecciando e creando interazioni sinergiche negli interventi su questi due fronti concepiti, fino a qualche anno fa, come indipendenti e autonomi.
  • L’articolo si sofferma sui percorsi di sviluppo possibili nelle aree interne, da un’ottica che privilegia le interazioni con le istituzioni. I luoghi sono analizzati come contesti regolativi nei quali si può esprimere adattamento o innovazione in relazione alla diversa capacità dei soggetti protagonisti dello sviluppo di recepire le opportunità di cambiamento. Le aree interne si configurano anche come contesti sperimentali nei quali ristabilire connessioni e creare sviluppo, creare punti di equilibrio tra coesione sociale ed efficienza economica, ter-ritorio nel quale condurre esperimenti di disegno istituzionale consapevole. L’intento è sof-fermarsi sul valore delle istituzioni la cui forza o debolezza incide sulle funzioni di pro-grammazione e di pianificazione, sulle possibilità di integrare i diversi bisogni e rilanciare nuove e ampie progettualità affinché si creino le opportunità per le aree interne di essere protagoniste sulla scena politica ed economica, conquistando nuovi margini di autonomia e nuove capacità politiche.
  • RPS N. 2/2024

    22.00 
    Aree interne: un caso limite per l’equità e la sostenibilità delle politiche pubbliche
    • Politiche di cura della non autosufficienza degli anziani
    • Autonomia differenziata e servizi sociali territoriali
    • Franco Basaglia oggi
  • Quante Saman ci sono? E dove sono? Sono nelle scuole, nelle famiglie, ragazze che sanno già di essere destinate a un matrimonio non voluto. Sono ragazze che fuggono, rischiano, assumono una nuova identità e cercano di rifarsi una vita in altri luoghi. E quante madri ci sono ancora, assoggettate alla violenza patriarcale, che accompagnano le figlie alla morte, come la madre di Saman? I casi segnalati di matrimoni forzati sono stati 24 dal 2019 al 2021, ma sono decisamente di più, e giungono fino all’uccisione delle donne che li rifiutano, i cosiddetti femminicidi d’onore. Fino al caso più famoso: l’omicidio e l’occultamento di cadavere di Saman Abbas, che qui ci viene raccontato in tutto il suo orrore dalle avvocate di parte civile nel processo. C’è un crinale tra “culture barbare” e un Occidente dei diritti, o piuttosto sono forme diverse, ma pur sempre violente, con cui ovunque si esprime e persiste il patriarcato? Abbiamo costituito noi, femministe, un Tribunale alternativo, un Tribunale delle donne per i diritti delle donne in migrazione, in cui le vittime diventano testimoni, in cui una Giuria non giudica ma ascolta, i cui esiti sono appelli alle istituzioni internazionali, europee, nazionali, e le risposte da ottenere. «Avevano tutte una gran voglia di parlare» le migranti che parlano in questo libro. Donne afghane, pakistane, nigeriane, ivoriane, indiane ci raccontano di matrimoni forzati e fughe; violenze ai confini e violenze nella tratta; discriminazioni religiose e razziste; audizioni presso le Commissioni per l’asilo in cui le loro storie non sono credute; di permessi di soggiorno negati o legati al capofamiglia che tolgono loro l’autonomia necessaria e limitano l’accesso al welfare; di essere considerate “cattive madri”.
  • Per il settimo anno una fotografia dettagliata dei diversi fenomeni di sfruttamento che riguardano i lavoratori e le lavoratrici della filiera agro-alimentare.
  • La sociologia ha fin dai suoi esordi ciclicamente individuato espressioni suggestive per descrivere il prodursi del mutamento sociale. In quest’ottica la descrizione del quadro attuale di riferimento deve fare necessariamente i conti con il precisarsi del cosiddetto paradigma neoliberale. Più specificamente, il neoliberismo definisce un modello di governo sociale legato da un lato alla destrutturazione del tradizionale sistema di regolazione sociale dell’economia, dall’altro alla diffusione della competitività come criterio fondamentale di giudizio sul valore della soggettività. Tali processi, uniti alla crescente individualizzazione delle carriere di vita, delineano i contorni di un nuovo tipo di configurazione economica e sociale che possiamo definire con il termine di società della prestazione. Quest’ultima non solo manifesta la centralità crescente della retorica manageriale d’impresa nella società contemporanea, ma prefigura la nascita di una nuova antropologia e di un nuovo discorso sociale basato sulla centralità della performance come imperativo sociale.